14 maggio, 2007
Curiamoli sotto le tende – L’INCHIESTA SULLA ASL DI VIBO VALENTIA – Una ragazza morta per una appendicite. E l’ispezione dei parlamentari. Che scrivono: chiudiamo tutto e usiamo un ospedale da campo
L’ospedale di Vibo Valentia? Inutile buttarci altro denaro, spendere per macchinari diagnostici sofisticati: tanto non sarà mai possibile rendere a norma quei locali “costruiti con un’architettura povera e con una situazione generale degradata”. Quindi la cosa migliore per il contribuente e, soprattutto, per il paziente è chiuderlo subito. E in attesa di costruirne uno nuovo, usare un ospedale da campo: sì, meglio mettere i malati nelle tende e operarli nelle sale mobili della Protezione civile o in quelle dell’Esercito.
Come si fa in Afghanistan, nel Darfur o in altre lande tormentate dalla guerra e dai cataclismi. D’altronde se la sanità italiana è in una perenne emergenza, tanto vale usare strumenti che possano fronteggiare subito il disastro.
Quella del ricovero sotto le tende non è una provocazione, ma la drammatica conclusione della commissione d’inchiesta del Senato online integralmente sul nostro sito.
I parlamentari hanno ispezionato le corsie di Vibo dopo uno degli episodi più drammatici degli ultimi mesi: la morte di Federica Monteleone, 16 anni, entrata in coma durante un intervento di appendicite. I medici diedero la colpa a un blackout, cosa smentita dall’azienda elettrica, e a un apparato inserito nella spina sbagliata. La procura sta ancora indagando. Federica muore il 26 gennaio, tre settimane dopo i senatori arrivano nell’ospedale e trovano una situazione da terzo mondo. Nessuno sa dire quanti siano i posti letto: tra 300 e 460.
Il pronto soccorso? Ambienti angusti e in scadenti condizioni, in particolare nell’area per la rianimazione. Le sale operatorie? Le due aperte, le altre erano ancora sotto sequestro giudiziario, “appaiono inadeguate e con attrezzature obsolete. L’utilizzo promiscuo per vari tipi di interventi settici e non dell’unica sala agibile è comunque problematico”. Ostetricia e ginecologia? “Scadente come situazione di degenza e di sale parto. La sala operatoria per i cesarei (che risultano pari al cinquanta per cento delle nascite) è in condizioni pessime.
Il nido è in stato di semiabbandono”. La farmacia? Non c’è: è presente solo un armadio in una struttura prefabbricata vecchia di 30 anni, fortemente degradata. Le cucine? Discrete, anche se i servizi danno direttamente sull’ambiente dove si preparano i cibi “senza adeguato isolamento”. Conclusione? Meglio demolire. I parlamentari non hanno dubbi: “La struttura appare decisamente degradata nel suo insieme e con limiti tali da ritenere improbabile una sua riabilitazione anche con interventi profondi”.
L’unica soluzione è costruire un nuovo ospedale, un cantiere annunciato da un decennio e mai aperto. E scrivono: “Gli interventi sulle strutture attuali andrebbero limitati al minimo indispensabile per evitare dispersioni di risorse. Varrebbe la pena di prendere in esame la sospensione di ogni attività degli attuali presidi non a norma e l’utilizzo temporaneo di un ospedale da campo che potrebbe soddisfare i bisogni di assistenza di base con risparmio di risorse”.
Una terapia d’urto, che gli amministratori calabresi non hanno accettato. Da febbraio invece si è preferito ‘rattoppare’ il vecchio nosocomio. Nuove macchine come una Tac d’ultima generazione sono state installate in locali fuori dalle regole, con corridoi dove passa a stento una barella.
Anche le sale operatorie dove morì Federica sono state revisionate e riaperte. E gli indagati sono sempre al loro posto, nel rispetto della presunzione d’innocenza. L’inchiesta va avanti, con tempi necessariamente lunghi per le perizie. A proposito, dall’ospedale dipendono due presidi più piccoli a Tropea e Soriano Calabro che assieme a Vibo d’estate si occupano anche di 60 mila turisti. Ebbene la Commissione scrive che “a quanto riferito i due presidi sono ancora meno efficienti”del centro da chiudere.
Che altro dire? I parlamentari si sorprendono per l’alto numero di infermieri: ne risultano 426. Una risposta al mistero si può trovare in un altro dossier, reso noto solo a marzo: l’indagine sull’Asl di Vibo disposta dall’Alto commissario sulla corruzione. Vi si parla di un numero impressionante di dipendenti delle Asl “espressione diretta delle cosche”. C’è il figlio di un boss locale, arrestato ma poi mai condannato, assunto come operatore tecnico. E secondo la relazione delle Fiamme gialle, ci sono infermieri pregiudicati che vanno al lavoro con la pistola sotto il camice.
Sì, forse è meglio chiudere tutto e mandare un ospedale dell’Esercito.
(Gianluca Di Feo “L’Espresso”)
categorie: Notizie Vibo Valentia, informazione, politica, sanità
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