25 maggio, 2007 

REGGIO CALABRIA – La destra di Scopelliti (e dei balocchi)

Alla faccia della Corte dei Conti, che lo sculaccia come un sindaco dalle mani bucate, Peppe «Show» Scopelliti è felice e contento: i sondaggi lo danno trionfante.
Il che farebbe di lui, dopo la perdita del Lazio e dell’Abruzzo e tante elezioni così avare di soddisfazioni, il fiore all’occhiello di An.
Con la conferma di Reggio Calabria quale capitale della destra italiana. Una destra così profondamente diversa, rispetto al passato, da far pensare a una mutazione genetica.
«Credere, obbedire, ballare». Ricordate il vecchio monito del Duce? Tutto cambiato: via i sommergibilisti, avanti le cubiste.
Sono anni che Reggio è tutta una festa.
E con la festante Reggio stappano bottiglie di spumante una miriade di associazioni culturali e culturiste, gruppi musicali, dj dinoccolati, ballerini africani, miss Muretto, virtuosi del piano-bar, fanatici del beach volley, artisti della «scultura di sabbia». Avanti, ce n’è per tutti.
Diecimila euro all’«Enzo la Face Show», 24 mila a «Liscia, gasata o Tarantelle», altri 24 mila al Dj Coccoluto, 4 mila al campionato mediterraneo «Braccio di Ferro», 3 mila per il «Katalicammello»…
Roberto Benigni dice che Walter Veltroni è il sindaco ideale del Paese dei Balocchi? Non conosce Scopelliti, due metri di altezza, due metri di spalle, due metri quadri di occhiali neri e una fiducia incontenibile in se stesso: «La gente mi ama. Ho riportato l’entusiasmo. Le vecchiette mi baciano: “Peppe! Peppe! Tu ci hai dato l’acqua! Posso fare la lavatrice, Peppe! Bevo quanta acqua voglio, Peppe!”».
E spiega che con lui la città, nel solco del compagno Italo Falcomatà che fu sì un sindaco rosso ma così bravo che insomma pareva quasi di destra, è diventata un’altra.
Che col dissalatore, («altro che le polemiche sullo stipendio che avevo come commissario all’acqua!») «cinquantamila cittadini non soffrono più la sete», che «per l’Eurispes l’80% dei reggini si fida di questa amministrazione», che «Reggio è quinta in Italia per presenze turistiche», che con lui la disoccupazione «è calata del 17%» e proprio non le capisce le polemiche sui posti di lavoro distribuiti a chi si era messo in coda «perché i giornali scrivono che all’estero rispettate la coda è un segno di civiltà e allora perché qua no?». E via così.
Alla vista dei muri tappezzati solo con manifesti della destra, gongola, parlando di due anni fa come parlasse del giurassico: «Ai tempi di Loiero non era così, adesso c’è un nuovo entusiasmo che ha spinto la gente a credere di nuovo nella politica e a candidarsi».
Se credano davvero nella politica o nella poltrona è da vedere. Ma che i reggini si siano candidati in massa è verissimo.
Quelli in corsa alle comunali di domenica sono 1.350 spalmati su 36 liste: tre sostengono i tre candidati di disturbo, tra i quali c’è il direttore di un aggressivo settimanale locale, già arrestato in una inchiesta su ’ndrangheta e politica, che per disprezzo nei confronti del sindaco e di suo fratello Tino è arrivato a firmarsi «Francesco Cangemi, che non morirà per mano di Tinuccio».
Undici stanno col candidato dell’Unione, Eduardo Lamberti Castronuovo, titolare del più importante laboratorio di analisi cittadino ed editore di una tivù privata, Tvr.
Ventidue con Peppe «Show», che conta anche sulla stragrande maggioranza delle 3.340 persone in lizza per conquistare i 315 sgabelli messi in palio nelle 15 circoscrizioni.
Certo, questi «consiglini» non sono generosi come nella dirimpettaia Sicilia e distribuiscono ai presidenti «solo» 1.800 euro, ma da queste parti è già una bella busta paga, al punto che per averla c’è chi si era candidato in sei liste di sei diverse circoscrizioni e qualcuno perfino in liste contrapposte, una di destra e una di sinistra.
Fatto sta che il corso principale, oltre al comitato elettorale scopellitiano arredato con hostess e moquette, moquette e hostess, è tutta una vetrina di questo o quel candidato.
E queste «segreterie» personali, ambulatori elettorali che costano un occhio della testa e presumono che dalla elezione possa venire qualche ritorno all’investimento, allagano tutte le strade e le piazze del centro e delle periferie al punto che Beppe Baldessarro del Quotidiano , dopo avere pattugliato tutta la città, ha smesso di contarli per esaurimento quando già era arrivato a 170.
Tema: cosa si aspetta un ceto politico che apre centosettanta sedi per contendersi 40 seggi comunali?
«Girano un mucchio di soldi: un mucchio», sospira Eduardo Lamberti. Dice che no, «la battaglia non è persa per niente» però, certo, è difficile.
Il nonno era un ferroviere piemontese antifascista, mandato a Reggio per punizione e qui rimasto. Il padre un maestro.
Accusato dai nemici di essere ricco, si ribella: «Ho una casa in città, nessuna in montagna o al mare. Vivo del mio lavoro. Certo, il mio centro è convenzionato. Ma dov’è l’incompatibilità? E poi, da che pulpito…».
Scopelliti dice che «quello ha messo su una lista di dipendenti» e che «la sua tivù è completamente al suo servizio, otto filmati su dieci sono dedicati a parlar bene di lui e male di me. Girano per la città col microfono facendo alla gente domande tipo: “Ci sarà bene qualcosa che non funziona…”».
Lui nega: «È un’accusa vergognosa. Certo, denunciamo le cose che non vanno. Quanto ci costa l’acqua del desalinatore? È accettabile che una fogna, come documentiamo, scarichi in mare? Ci stanno bene certe periferie dove i bambini giocano a catturare i sorci e a bruciarli con la benzina rubata alle macchine e ai motorini?».
Quanto alla mancanza di contraddittorio, «il sindaco dovrebbe vergognarsi: è lui che conta totalmente sulle altre due emittenti locali, una delle quali si chiama GS forse perché è targata Giuseppe Scopelliti.
Non ha il coraggio di affrontarmi in un pubblico dibattito. L’unica volta che sono riuscito a trascinarlo in un confronto l’ho svergognato. Tutta Reggio lo ricorda.
Così siamo costretti a fare le tribune politiche con tutti i candidati, tranne lui».
Appoggiato senza troppo entusiasmo da una sinistra che pare aver già dato per persa la città, tradizionalmente feudo destrorso, ha distribuito agli elettori («Giudicate voi: è così che si amministra?») centinaia di copie di un documento della Corte dei Conti.
Documento che ricostruisce la storia di un vecchio stabilimento in disuso, comprato dalla giunta Scopelliti al prezzo folle chiesto dal venditore (due milioni e mezzo di euro) «prima ancora di ricevere la richiesta documentazione descrittiva dell’immobile» con una «celerità a dir poco inusuale», tanto più che il complesso, «in stato di completo abbandono», era coperto da ipoteche giudiziarie e addirittura pignorato.
Il tutto, per i magistrati, «nella totale noncuranza dell’interesse pubblico».
Non bastasse, i giudici contabili hanno emesso poche settimane fa una delibera.
Dove, denunciando la sorprendente scelta del comune reggino di fornire dati, diciamo così, addomesticati, ricordano a Peppe «Show» tutta la sfilza di reati che fa chi «commette falso ideologico» e «muta gli elementi del rendiconto» e si avventura in una «mendace attestazione sui fatti».
E accusano la giunta di non avere «rispettato il principio del pareggio di bilancio», di avere mancato il «preciso obbligo giuridico» di riportare i conti in parità, di non aver «fornito le necessarie giustificazioni», di aver fatto figurare residui attivi così stravecchi da essere inesigibili, di non riscuotere i crediti più recenti, di avere accumulato «ingenti debiti fuori bilancio»…
Insomma, una lavata di capo spietata. Alla quale il sindaco ha risposto facendo spallucce: «Chiariremo tutto…».
Uffa, i conti! Intanto, è importante vincere. Poi, chi vivrà vedrà…

Gian Antonio Stella

“Corriere.it”

categorie: Notizie Reggio Calabria, informazione, politica

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