LECCO – Diciannove arresti e 25 perquisizioni domiciliari nelle province di Lecco, Como, Bergamo e Cosenza è il bilancio della maxi operazione "Ferrus Equi" conclusa martedì mattina dalla Guardia di Finanza di Lecco e che ha colpito ancora una volta le attività criminali riconducibili al pericoloso clan della ‘Ndrangheta controllato dalla famiglia Coco, il cui capo indiscusso dall’agosto 1992 è detenuto in un supercarcere per scontare svariati ergastoli.
L’indagine delle Fiamme Gialle, coordinata dal Sostituto Luca Masini della Procura di Lecco, era iniziata nel 2005 e, secondo gli investigatori, avrebbe permesso di far luce non solo su un traffico di armi destinato alla malavita organizzata e di droga, ma anche su un giro di estorsioni e anche sequestri di persona.
Proprio a fine mese inizierà nell’aula bunker di via Uccelli da Nemi di Milano il processo nei confronti di una trentina di esponenti di questo clan calabrese, finiti in carcere con l’operazione congiunta di Polizia e Fiamme Gialle "Over size". Uno dei figli del boss, Giacomo Trovato, pure arrestato in quel blitz, viene processato in Corte d’Assise a Como per l’omicidio di un ex pugile.
I dettagli del blitz, portato a termine agli ordini del Colonnello Luigi Bettini del Comando provinciale della Guardia di Finanza di Lecco, sono stati confermati ieri mattina dopo le prime indiscrezioni di martedì pomeriggio.
Pare che le indagini abbiano preso avvio dopo l’arresto di un detenuto rimasto per oltre un anno latitante nel territorio lecchese prima di finire in manette.
Il suo racconto avrebbe aperto una breccia nel muro dell’organizzazione calabrese dedita da decenni anni al compimento di efferati delitti, quali traffico d’armi, spaccio di droga, estorsioni, sequestri di persona, ecc., e di collocarla tra le famiglie vicine a quelle "storiche" della ‘Ndrangheta, già operanti non solo tra Comasco e Lecchese, ma anche in altre parti della Lombardia, soprattutto nel Milanese, e in Calabria. Sulla scorta delle informazioni raccolte grazie al "pentito", le Fiamme gialle hanno avviato una serie di indagini tecniche, appostamenti, pedinamenti, servizi di osservazione, e che nel novembre 2005 al sequestro di armi, documenti e beni materiali e, soprattutto, consentirono di identificare tutti gli affiliati al clan, le cui redini erano state prese saldamente in mano dai figli del boss.
Numerosi coloro che sono stati di volta in volta ascoltate dagli inquirenti come "persone informate sui fatti" fino a raccogliere prove ritenute schiaccianti contro il clan.
Delle 19 persone oggetto di ordinanza di custodia cautelare, dieci sono in carcere, otto ai domiciliari e a una è stata concessa la libertà ma con obbligo di dimora nel paese di residenza.
Le accuse contestate sono associazione a delinquere finalizzata al traffico di armi, droga, estorsioni. Nel corso dell’operazione sono stati impiegati reparti speciali della Guardia di finanza, unità cinofile e personale anti terrorismo, numerosi mezzi, aerei e terrestri, in dotazione al corpo ed unità antiesplosivo della Polizia di stato.
Il Giornale di Calabria
1 commento
simona 3 ottobre 2008 alle 23:52
Ce ne sono troppi in libertà…. ma la giustizia trionferà.
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