CROTONE – A diciannove anni ha partecipato ad uno dei più efferati delitti che la storia crotonese ricordi, la famigerata ‘strage di piazza Pitagora’. A vent’anni ha esordito come killer compiendo il suo primo omicidio. Nell’aula del palazzo di giustizia dove si sta celebrando il processo ‘Tramontana’, a carico di una sessantina di presunti affiliati alle cosche crotonesi, non vola una mosca mentre parla Luigi Bonaventura, detto ‘gnegnè’, ex mafioso di rango divenuto collaboratore di giustizia all’inizio dell’anno.
Le sue dichiarazioni hanno già riempito decine di pagine di verbali ed hanno fatto il giro della città; ma c’è sempre molta attesa e soprattutto apprensione per le cose che ancora ha da dire. In aula il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni, che rappresenta la pubblica accusa al processo Tramontana, vuole sentire dalla sua bocca fatti e misfatti della ‘ndrangheta crotonese degli ultimi anni, tanto per ricavarne uno scenario entro il quale collocare con precisione le singole pedine, quegli imputati che nel processo sono chiamati a rispondere di associazione mafiosa, estorsioni, traffico di stupefacenti.
"Ho fatto parte della cosca Vrenna-Corigliano-Bonaventura dal 1990 al 2005" esordisce il collaboratore, mentre la sua voce quasi infantile arriva sui monitor da una località segreta.
"Nel Novanta avevo 19 anni; a maggio la mia famiglia mi richiama a Crotone. I miei zii e mio padre mi aggiornano sulla nuova cosca che stavano formando Giuseppe Sorrentino, Gaetano ‘Barba’ (Ciampà, ndr), Mico Megna, Gaetano Barillari, Enzo Gumari, Alessandro Covelli… una cosca che cominciava ad affermarsi e che pensava già a eliminare i concorrenti, cioè la nostra famiglia che in quel momento era un po’ defilata ma pur sempre pronta…". La guerra esplode quando viene ucciso il giovane Vittorio Cazzato: è il 15 agosto del 1990. Vittorio Cazzato, 19 anni, è il figlio di Egidio "membro della nostra famiglia da sempre" spiega Bonaventura. "Allora ci siamo cominciati a preparare". La cosca crotonese trova alleati anche in grossi esponenti di altre organizzazioni, come Guirino Iona e Bruno Dima, e studia un piano "che avrebbe scioccato un po’ tutti". Il collaboratore si riferisce al drammatico agguato avvenuto nel tardo pomeriggio del 20 novembre 1990 in piazza Pitagora dove un commando armato fino ai denti sparò all’impazzata contro un gruppo di persone sedute ai tavolini di un bar appena fuori dai portici; una sparatoria degna della Chicago anni Trenta che lasciò sull’asfalto tre morti: Giuseppe Sorrentino, di 45 anni, Ugo Perri di 55, e Rosario Carceo, di 52 anni, mentre rimase ferito in modo abbastanza serio anche Gaetano Barillari, che all’epoca aveva 38 anni. Una pallottola di striscio, inoltre, raggiunse anche un’ignara passante.
"Si sceglie piazza Pitagora – racconta Bonaventura – per dare un segnale forte; loro pensavano che in piazza erano protetti, che sarebbe stato difficile compiere un atto di quella portata; e poi lì si poteva trovare non solo Giuseppe Sorrentino ma anche Gaetano ‘barba’, Megna e Barillari". A organizzare l’agguato mortale ci pensano "Raffaele Vrenna, Gianni Bonaventura, Mario Bonaventura, Pino Vrenna, Guerino Iona e Bruno Dima, oltre ai fiancheggiatori. Si stabilisce che le auto devono partire dai magazzini di Sant’Antonio, dove poi nel 2006 sono state trovate le armi. Del commando fanno parte Gianni Bonaventura, Bruno Dima, Franco Iona, mentre Mario Bonaventura fa da spalla e si preoccupa di fare trovare aperte le porte del magazzino dove rifugiarsi dopo l’agguato. Io, il mio omonimo e Guglielmo Bonaventura dovevamo fare da staffetta, portare le notizie su dove si trovavano le vittime e come erano sistemate, ma dovevamo anche essere pronti a sparare in caso di bisogno. Al momento giusto – prosegue il collaboratore – arrivò l’imbasciata che le persone erano in quel bar. Dal mezzo scesero Dima e Franco Iona che puntarono prima a Giuseppe Sorrentino con una mitraglietta M12 e un fucile calibro 12. Noi eravamo nei pressi, armati e pronti a intervenire. Dopo, il commando si infilò nel tunnel che porta sotto piazza Mercato e raggiunse piazza Duomo dove Gianni Bonaventura recuperò i due e li riportò al magazzino dal quale erano partiti".
ilcrotonese.it
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