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Processo Sisifo, il 31 gennaio dovrebbe arrivare la sentenza del Gip – Sette persone imputate per usura contro un imprenditore

LAMEZIA TERME – Si avvia alla fase finale il processo a carico di alcune persone accusate di usura e arrestate il 7 marzo scorso nell’ambito dell’operazione chiamata in codice “Sisifo”. Ieri pomeriggio assistiti dai loro legali sono comparsi davanti al giudice dell’udienza preliminare, per il rito abbreviato Concetto Trovato, 41 anni; Francesco Olandini, 59 anni; Sergio Ugo Greco, 49 anni; Giovanni Notarianni, 36 anni; difesi dagli avvocati Tiziana D’Agosto, Giuseppe Di Renzo, Gianluca Careri, Lucio Canzioniere, Giancarlo Nicotera, Giuseppe Laratta e Giuseppe Spinelli.

Nel corso della discussione gli avvocati difensori hanno fatto rilevare la carenza delle indagini investigative che ha determinato l’arresto dei loro assisti per il reato di usura. Inoltre i difensori a difesa dei loro assistiti hanno sostenuto l’inattendibilità delle dichiarazioni resi dalla persona offesa, cioè l’imprenditore che i sette avrebbero costretto a pagare tassi usurari.

In aula anche Antonio Salatino, 41 anni, per il quale i suoi difensori, gli avvocati Francesco Gambardella e Giuseppe Spinelli, hanno discusso nella scorsa udienza. C’erano anche Rosario Notarianni, 50 anni, e Vincenzo Giampà, 39 anni, per i quali l’arringa difensiva è stata fissata per il prossimo 31 gennaio.

Gli imputati durante gli interrogatori di garanzia e davanti al tribunale della libertà si sono dichiarati estranei ai fatti contestati dall’accusa. Hanno detto di non essere degli usurai, e di non avere vessato l’imprenditore che dal 1999 al marzo scorso, secondo l’accusa sarebbe stato costretto, insieme alle figlie, a pagare somme di denaro a titolo di rimborso di capitale ed interessi, con tassi che raggiungevano anche il 240 per cento annuo. Il pubblico ministero contesta pure che l’imprenditore e le figlie sarebbero stati anche minacciati.

Dalle indagini del sostituto procuratore della Repubblica Vincenzo Ruberto emergono aspetti che dimostrerebbero una realtà drammatica. Uno degli indagati, ad esempio, si era rivolto alla vittima costringedola «a non denunciare il rapporto usurario intercorrente», ma anche minacciandolo fino al punto di «recarsi costantemente presso l’abitazione della vittima».

E parlando con un tale Rosario all’esterno dell’abitazione della vittima, uno degli indagati pronunciò frasi pesanti: «Io li prendo dalle orecchie alla moglie, alla figlia ed al pagliaccio!». E ancora: «Sono capace di aspettarli fuori dal cancello di casa, prima o poi devono uscire da questa casa e appena li incontro li “scatto”».

E ancora con veemenza: «Non mi vogliono fare entrare?! Io li aspetto qua, dietro le sbarre, tanto ci sono abituato io dietro le sbarre! Io non ho paura nè della polizia, nè della finanza, nè dei carabinieri, perchè io gli ho dato “cash”».

Ad inchiodare gli indagati, secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare, non ci sono soltanto le dichiarazioni delle vittime dell’usura, ma anche prove documentali come le foto di un incontro del 3 ottobre dello scorso anno tra le vittime ed un uomo, fidato di Concetto Trovato, poi identificato. L’incontro era finalizzato all’incasso del denaro corrispondente all’importo di un assegno “in scadenza” , poco prima versato in banca dalla figlia dell’imprenditore.

A riguardo c’è l’esito di un pedinamento di investigatori che hanno fotografato nella banca la donna mentre effettuava il cambio dell’assegno e la successiva consegna “brevi manu” del contante all’uomo di fiducia del Trovato. Un’indagine complessa, quella fatta congiuntamente della polizia e dalla finanza, che hanno valutato e analizzato ogni passaggio ed ogni movimento degli indagati, le loro conversazioni ma anche quelle delle loro presunte vittime.

Da tutto questo emerge un disastroso quadro economico dell’impresa: «Ci hanno prosciugato tutto… lavori gratis… materiali da pagare». E le intercettazioni ambientali, per il Gip, «costituiscono da un lato la granitica positiva cristallizzazione della reale situazione subìta dall’imprenditore da parte dei suoi aguzzini, e dall’altro l’elemento di partenza per dare inizio alla sua sofferta collaborazione con gli inquirenti».

Ed infatti, messo alle strette, dopo la contestazione nei suoi confronti delle risultanze intercettative, l’imprenditore si è deciso «a ricostruire nel dettaglio la vicenda usuraia dallo stesso vissuta in prima persona», negli ultimi otto anni. Il titolare d’azienda racconta tutto nei minimi particolari, così come ha fatto la figlia. Al magistrato la vittima spiega «come ad un certo punto, visto che non riusciva più a far fronte al pagamento degli interessi dovuti, si fosse determinato a vendere ad una sua parente una casa nel centro storico di Nicastro per la somma di 20 mila euro, provvedendo a consegnare al suo usuraio a conclusione dell’operazione la somma in contanti di 17 mila euro, in diminuzione di un capitale che, a quella data, ammontava a circa 50 mila euro».

Gazzetta del sud

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