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Domenico Crea ai Pm: "Il miliardo? Soldi che mio padre aveva conservato nel materasso"

REGGIO CALABRIA – Denaro (500 mila euro) destinato alla spesa farmaceutica dell’Asl 11 di Reggio Calabria, girato in favore di Villa Anya, la clinica privata della famiglia di Domenico Crea per consentirne la contrattualizzazione con il servizio sanitario. Il potere e l’influenza del consigliere regionale di centrodestra arrestato ieri riusciva anche in questo, nonostante la spesa farmaceutica sia “notoriamente in deficit ed in passivo alla chiusura di ogni esercizio”.

Per i magistrati della Dda di Reggio Calabria, che hanno coordinato l’inchiesta “onorata sanità”, Crea è riuscito nel suo intento grazie “soprattutto, all’intervento, del tutto indebito, di Peppino Biamonte (anche lui arrestato e posto ai domiciliari, ndr), ex dirigente vicario all’assessorato alla Sanità della Regione nel periodo della sottoscrizione dell’accreditamento della struttura privata”.

Un sistema incentrato su “clientelismo e illeciti abusi consumati all’interno dell’Asl 11 a sostegno degli interessi della famiglia Crea”.

Accuse alle quali Crea ha cominciato a replicare. Ieri è stato sentito dal gip che ha firmato l’ordinanza, Roberto Lucisano, e per un’ora e mezza, assistito dagli avvocati Michele Albanese e Domenico Canale, ha risposto alle domande dei pm Francesco Scuderi, Mario Andrigo e Marco Colamonici.

Domande incentrate soprattutto sull’iter amministrativo seguito per ottenere il rilascio dell’autorizzazione dell’Asl 11 di Reggio Calabria per la convenzione di Villa Anya e sui rapporti con il suo elettorato.

I pm sperano anche di riuscire a svelare quello che nell’ordinanza viene definito il “‘mistero’ assoluto che ancora oggi avvolge l’origine dei capitali che sono serviti per dare materialmente inizio all’attività della clinica”.

Per aprire la clinica, infatti, Crea, nel 2001, utilizzò un miliardo e 100 milioni delle vecchie lire, depositati improvvisamente su un conto corrente intestato ai genitori e poi girati sul conto dello stesso Crea.

“Sono soldi – spiegò Crea – che mio padre aveva conservato nel materasso”. Giustificazioni, hanno scritto i pm, “grottesche”.

Davanti al Gip, oggi, è comparso anche il figlio di Domenico Crea, Antonio, ed anche lui ha risposto alle contestazioni.

Era attorno a Villa Anya, secondo l’accusa, che ruotavano gli interessi di Crea che ha messo in campo “uno spasmodico impegno palesato per rendere la struttura operativa e foriera di profitti ricavati dal conseguimento del rapporto di convenzionamento con l’Asl 11 di Reggio”. Un risultato ottenuto per la “presenza di una fitta rete di complicità e connivenze da parte di funzionari pubblici della quale Crea si è necessariamente giovato per il raggiungimento dei propri spregiudicati obiettivi, nel costante disegno di asservimento delle pubbliche strutture e delle disponibilità finanziarie destinate alla collettività al soddisfacimento del tornaconto personale del consigliere e delle persone a lui legate”.

Ma quella clinica, oltre che foriera di incassi, era anche un luogo dove avvenivano episodi “turpi”. Significativa, in tal senso, una telefonata, intercettata dai carabinieri di Reggio Calabria, nel corso della quale un’infermiera chiama sul cellulare Antonio Crea, direttore sanitario della clinica, per segnalargli l’aggravamento delle condizioni di un’anziana ricoverata.

Al telefono risponde la moglie di Crea, Laura Autelitano, che spiega che il marito è al momento irraggiungibile e l’infermiera, per tutta risposta, dice: “Va bene, intanto la facciamo fuori noi, ciao”.

Una frase agghiacciante che però provoca una risata, registrata dagli investigatori, della signora Autelitano. E solo dopo che la donna è morta, Crea si mette in contatto con la clinica.

(Ansa)

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