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Il sostituto della Dda Gerardo Dominijanni continua ad indagare sulle strane compravendite di grandi aziende agricole a prezzi drogati – Due inchieste parallele sui clan nella Piana

LAMEZIA TERME – In una vecchia videocassetta ci sono le testimonianza di alcuni agricoltori della Piana che denunciano ruberie e vessazioni e confessano di aver pagato il pizzo ai clan di turno. Il filmato è stato proiettato in un convegno pubblico di qualche anno fa organizzato dalla Cia, la Confederazione italiana agricoltori, ed era stato realizzato dalla Fondazione Cesar, l’organizzazione senza fini di lucro creata dal gruppo finanziario Unipol.

Quella pellicola è al centro di un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che sta procedendo su due strade parallele, una sulla quale indaga la polizia di Stato attraverso la Squadra mobile della questura, l’altra è sotto la lente d’ingrandimento della guardia di finanza. Ma il filmato non si trova più, è sparito. E sul caso s’è aperto un vero e proprio giallo.

Perchè nella sede catanzarese della Cia non ci sono nè l’originale nè le copie, e sembra non ci sia traccia neanche negli uffici della Fondazione Cesar, che da un po’ di tempo ha cambiato nome in Unipolis, ma continua ad avere il suo quartier generale a Bologna.

I poliziotti ormai da oltre un anno stanno facendo un’indagine a tappeto tra i terreni coltivati della Piana, ascoltando diversi imprenditori agricoli. Alcuni dei quali all’inizio dell’anno scorso dichiararono alla Gazzetta del Sud di sospette operazioni di compravendita di intere aziende agricole vendute dai vecchi proprietari ad alcuni affaristi provenienti da un’altra Piana, quella di Gioia Tauro.

Queste persone cercano le imprese più in difficoltà, propongono dei prezzi molto vantaggiosi ai quali molti proprietari non riescono a rinunciare, potendo risolvere tutti i loro problemi in un colpo solo. Molti di loro, infatti, sono pesantemente indebitati con le banche locali che non hanno mai creduto fino in fondo ai loro investimenti, e non li hanno certamente aiutati a tirarli fuori dai guai.

Chi compra ha in mano tanti capitali, e non in termini finanziari ma monetari, e con l’ampia possibilità di liquidità riesce a compare facilmente decine di ettari di terreno senza problemi. Si pensa a una sorta di riciclaggio di denaro sporco proveniente dal narcotraffico e da altre attività malavitose, un tentativo dei clan di mascherarsi da imprenditori veri che agiscono nella legalità.

È su questo terreno che sta indagando a fondo Gerardo Dominijanni, sostituto procuratore antimafia, che vuole vederci chiaro su alcune compravendite di grandi aziende contrattate negli ultimi cinque anni. Che la ‘ndrangheta voglia fare il salto di qualità travestendosi da imprenditoria sana attraverso il reimpiego di denaro sporco è venuto fuori con grande evidenza nella recente relazione della commissione parlamentare Antimafia che su Lamezia ed il suo hinterland ha aperto diversi capitoli: gli investimenti nel settore agricolo, l’area industriale e i supermercati.

Tre modi per ripulire parte del grande flusso di denaro proveniente dagli affari illeciti che la ‘ndrangheta reggina riesce a mettere a segno in mezzo mondo. Dopo le svariate denunce della Cia provinciale attraverso il presidente Franco Lucia, delle pressioni della criminalità organizzata nella Piana si è parlato anche nel consiglio comunale cittadino, ed è di ieri una nota molto pesante di Confagricoltura Calabria.

«La mafia e la criminalità organizzata rappresentano un freno allo sviluppo socioeconomico della Calabria, ed il recentissimo atto intimidatorio ai danni dell’azienda agricola di Carlo Siciliani a Cirò Marina è l’evidente dimostrazione dell’oggettiva difficoltà di creare impresa e mantenere occupazione in Calabria. Il nostro vuole essere un grido di allarme che non rimanga inascoltato, per evitare soprattutto l’indifferenza e l’abbandono». A parlare così è stato Francesco Macrì, presidente regionale di Confagricoltura.

Anche lui ha denunciato che «gli operatori agricoli sono stanchi e sfiduciata, e sentendosi abbandonati dalle istituzioni, evitano persino di denunciare le intimidazioni. Ritengo quindi che oggi, dopo i ripetuti cruenti episodi malavitosi, non sia più il caso di versare fiumi di parole, di annunciare programmi ai quali poi non viene data risposta: si può fare molto di più parlando meno».

Per Macrì «bisogna intervenire nella garanzia della legalità, altrimenti nelle nostre zone non ci potrà essere sviluppo e quindi non si potrà attivare quel circolo virtuoso in cui la maggiore occupazione riduce il fenomeno criminoso».

Ed una delle proposte che il presidente aveva fatto al superprefetto Luigi De Sena è stata quella di installare sistemi di videosorveglianza nelle aziende che sono nel mirino della criminalità».

Gazzetta del sud

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