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Mafia, ‘ndrangheta e “l’oro grigio”

Il cemento è da sempre l’oro grigio di Cosa nostra e ‘Ndrangheta, dal Mediterraneo fino alle Alpi lombarde e piemontesi. Gli affari che le ‘ndrine  e le cosche sotterraneamente portano avanti con la Tav, che collegherà Milano a Torino, e con il raddoppio dell’autostrada A4, sono la riproduzione fedele di come le pratiche utilizzate nella culla della mafia siano state riadattate nel contesto settentrionale che si pensava impermeabile ad ogni tipo d’infiltrazione. Hanno fatto parecchia strada le ‘ndrine e le cosche dai primi progetti di edilizia “mafiosa”. Dapprima hanno dissanguato le loro terre d’origine, succhiando ogni risorsa in casa loro.

Cosa nostra si spartiva la Sicilia, la ‘Ndrangheta si divideva la Calabria. Padroni e signori incontrastati nei loro regni. Oggi mafiosi e ‘ndranghetisti siedono allo stesso tavolo insieme ad imprenditori senza scrupoli e politici corrotti per spartirsi l’Italia e L’Europa. Nella vivisezione accurata dei ricchi territori del Nord, Milano è toccata alla ‘Ndrangheta e Torino a Cosa nostra. Ma le mani nel cemento le hanno sempre avute.

Una delle più grandi speculazioni edilizie di tutti i tempi fu “il sacco di Palermo”. Un progetto voluto da Vito Ciancimino e dalle cosche mafiose che si riferivano al “sindaco dalle uova d’oro” per qualunque genere di favore. Buscetta definirà Ciancimino “organico” ai corleonesi. L’ormai famoso “sacco” prevedeva una cementificazione della città di Palermo senza il minimo rispetto del piano regolatore e dell’ambiente.

Negli stessi anni, in Calabria avviene qualcosa di simile. Negli anni ’70 arrivano i finanziamenti per la costruzione di diversi complessi industriali sulla costa ionica e il boss Natale Iamonte diventa il protagonista di uno degli sprechi di denaro pubblico, tra i più eclatanti, in Calabria. Lo scandaloso sperpero di denaro pubblico riguarda la costruzione della Liquichimica, un complesso industriale a Saline ioniche, per cui vennero investiti 300 miliardi di lire. Per di più l’uso di quel sito venne sconsigliato, in seguito a una perizia geologica, perché franoso. La perizia venne occultata, fatta sparire. L’unico che continuo ad obiettare fu il direttore del Genio civile di Reggio Calabria che però perse la vita in uno strano incidente stradale.

Iamonte assunse l’incarico di spartire gli appalti con anche le ‘ndrine d’oltreoceano canadesi, come rivelano le intercettazioni. Inoltre molte delle imprese che si aggiudicarono i sub-appalti per la realizzazione dello stabilimento di Saline erano intestate a società anonime del Liechtstein dietro le quali si celavano imprenditori reggini vicini ai De Stefano e ai Libri. L’impianto non entrò mai in funzione nonostante i miliardi spesi dal governo. Il pentito Annacondia rivela che soltanto il porto, interno allo stabilimento, venne utilizzato e sfruttato al massimo dalle ‘ndrine come approdo per “le barche della droga”: le navi con cui alcune famiglie ‘ndranghetiste importavano le sostanze stupefacenti previa autorizzazione da parte di Iamonte.

Qualche anno dopo, sempre a Saline, vennero stanziati altri trenta miliardi per la realizzazione delle Officine grandi riparazioni delle Ferrovie dello Stato. Le indagini hanno evidenziato il ruolo dei Santapaola grazie ai quali i Iamonte si assicurarono una grossa tangente dall’impresa aggiudicatrice del mega appalto. I terreni vicini l’uno con l’altro vennero espropriati ad una nobildonna napoletana che dovette subire anche il sequestro del figlio. Da allora i Iamonte divennero un soggetto predominante in sede di appalti. Avevano ottenuto il controllo del mercato del calcestruzzo.

Oggi le cose non sono mutate. La ‘ndrangheta col cemento e l’asfalto continua a fare affari d’oro. Non solo con la grandiosità della Salerno-Reggio Calabria e dell’A4. La Dda reggina ha individuato possibili infiltrazioni delle ‘ndrine negli appalti che riguardano due grandi opere pubbliche della Locride. Il pericolo di turbativa mafiosa riguarda la nuova strada che collegherà Bovalino a Bagnara e il rinnovamento di un tratto, da Ardore a Gioiosa jonica, della statale 106. A Platì, un piccolo paesino aspromontano di 3600 abitanti, sono presenti 18 imprese edili registrate alla camera di commercio. Una di queste desta particolare attenzione per la sua doppia sede legale, una a Platì e una a Buccinasco, paesino dell’hinterland milanese famoso per le infiltrazioni da parte delle ‘ndrine Sergi, Perre eTrimboli.

Le ultime vicende che hanno visto coinvolte la Calcestruzzi spa e l’Impregilo rappresentano l’emblema dell’assenza di etica in ogni parte d’Italia, non solo nelle terre di mafia. Invece di farsi promotrici di una cultura imprenditoriale sana queste grandi imprese hanno assecondato, assorbito i disvalori mafiosi. Hanno preferito il profitto senza scrupoli piuttosto che  un guadagno eticamente accettabile. Invece di combattere il cancro mafioso, la Calcestruzzi spa ha deciso di scendere a patti con l’illegalità cronica tipicamente italiana.

Il modo di fare impresa dei mafiosi è stato esportato nel resto d’Italia. Diluire il cemento con l’acqua è paradigmatico di una situazione drammatica. Un contesto afflitto da puri interessi individuali in cui è il bene collettivo diviene superfluo e a vincere è l’egoismo imprenditoriale.

L’Italia, è triste affermarlo, sta completando la sua opera di mafiosizzazione.

Giovanni Tizian

liberainformazione.org

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