LAMEZIA TERME – E’ previsto per oggi l’esame peritale sui resti umani ritrovati sabato mattina all’interno di un vecchio casolare di campagna abbandonato fra i vigneti di contrada Carrà-Fosse, alla periferia ovest della città. L’analisi tecnica che era stata programmata per ieri, è slittata ad oggi per motivi di ordine tecnico.
Gli esami inizieranno nella tarda mattinata ed il perito medico legale incaricato dalla procura della Repubblica lametina si avvarrà di speciali attrezzature e dell’ausilio di riattivi chimici, per stabilire il Dna. Intanto proseguono le indagini dello speciale gruppo investigativo del commissariato lametino che è tornato nel vecchio casolare per ulteriori accertamenti.
La scena del crimine è stata di nuovo analizzata e radiografata alla ricerca di qualche utile elemento ai fini dell’inchiesta. Ed in attesa di conoscere sia gli esiti delle indagini, che quelli delle analisi che saranno eseguite, dal medico legale Massimo Rizzo, incomincia ad essere meno fitto il mistero sui frammenti di ossa.
Nonostante gli investigatori mantengano ancora il massimo riserbo sulla natura di quelle ossa, è ormai certo che si tratti di resti umani. Nella vasca utilizzata per la lavorazione del mosto all’interno del casolare sarebbe stato trovato lo scheletro di una persona scomparsa almeno dieci anni fa. Nell’obitorio dell’ospedale lametino dopo il recupero sarebbero stati portati i resti di un corpo umano ed un teschio sul quale sembra sia stato riscontrato un foro provocato probabilmente da un colpo di pistola.
Elemento quest’ultimo che lascia supporre che i resti ritrovati appartengano ad una persona che prima di essere nascosta nella vasca sia stata uccisa con un rituale tipicamente mafioso. E’ quasi certo che i resti umani ritrovati dagli agenti della polizia di Stato apparterrebbero ad una persona.
Ed insieme ai resti gli uomini della scientifica lametina dal fondo della vasca avrebbero riportato in superficie e quindi repertati come prove un anello d’oro, due vecchie macchine fotografiche: le famose sei per sei, prodotte dalla Zenza Bronica. Due modelli di apparecchi fotografici utilizzati da fotografi professionisti.
Elementi che, se venissero confermati dagli inquirenti, porterebbe dritto ad una delle sette persone scomparse negli ultimi vent’anni in città: il giovane fotografo Gennaro Ventura, sparito nel pomeriggio del 16 dicembre 1996, quando si allontanò dal suo studio per andare a fare un servizio fotografico. Ventura andò via portando con sé due macchine fotografiche, ma lasciando allo studio il portafogli con i soldi e i documenti.
Nell’ immediatezza della sparizione, un testimone ricordò di aver visto Ventura passare la sua borsa di fotografo a qualcuno, attraverso il finestrino di un’auto parcheggiata di fronte al suo negozio. Il fratello riferì agli investigatori che, dopo l’incontro con il sedicente avvocato nel giugno del ’94, Gennaro Ventura apparve spaventato e pronunciò la frase: "sono riusciti a trovarmi", forse riferendosi a qualche episodio avvenuto quando era carabiniere (si congedò nel 1992).
Non si sa a quale vicenda in particolare possa essersi riferito, ma in quel periodo, quando era ancora in servizio a Tivoli, Ventura fu uno dei testimoni chiave in un procedimento penale che portò alla condanna di due uomini, uno di Torino e uno, incensurato, originario di Lamezia Terme. Il 15 luglio del 1991, Ventura si era recato a Roma con un commilitone per consegnare a un perito chimico del Tribunale un campione di stupefacenti sequestrato.
I due carabinieri, secondo una prima ricostruzione, avevano incrociato sulle scale del palazzo un uomo vestito da poliziotto insieme a uno in borghese. Trovarono la porta dello studio aperta e il perito massacrato di botte, rapinato di un importante quantitativo di eroina e cocaina che aveva in consegna. Durante le indagini Ventura, il suo collega e il perito contribuirono a definire un identikit fotografico del finto poliziotto che portò ad incriminare due uomini.
La loro testimonianza fu anche determinante per la condanna degli imputati. Un filone investigativo che si è interrotto e che potrebbe essere di nuovo ripreso qualora gli esami del Dna confermerebbe che i resti trovati apparterebbero al fotografo scomparso dodici anni fa.
Negli ambienti investigativi e giudiziario sul ritrovamento dei frammenti ossei ed a chi apparterebbero viene mantenuto il massimo riserbo. Non una parola, non un indizio. Si aspetta comunque la perizia medico legale per stabilire a chi appartengono i resti ritrovati per caso nella vasca di un vecchio casolare, abbandonato da oltre dodici anni, da quando cioè il vecchio proprietario è deceduto qualche mese prima della scomparsa di Ventura.
Gazzetta del sud
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