CATANZARO – La latitanza di Leo Russelli, il boss a capo dell’omonima cosca crotonese arrestato all’alba in un casolare di Imola, nel bolognese, è stata favorita da una fitta rete di coperture, ma anche dai collegamenti infiniti di un personaggio eccellente, capace di ordinare omicidi e spargere sangue per emergere nel panorama delle ‘ndrine calabresi, ma anche di sedersi al tavolo con imprenditori e politici per gestire e controllare appalti e investimenti.
È questa, secondo gli inquirenti, la caratura di Russelli, lo scissionista della mala crotonese che ha alimentato la scia di sangue che ha segnato negli ultimi tempi il centro di Papanice e l’intera provincia crotonese. "Un capo capace di imprimere un salto qualitativo della criminalità", hanno detto gli inquirenti nel corso della conferenza stampa che si è svolta martedì mattina nella sede della Procura della Repubblica di Catanzaro, alla presenza del procuratore della Dda, Mario Spagnuolo, dei sostituti della Dda che hanno seguito l’inchiesta Sandro Dolce e Pierpaolo Bruni, del capo della Mobile di Crotone, Morabito, del questore crotonese Gaetano D’Amato.
I reati contestati al boss e a due suoi fedelissimi, Domenico Elia, 32 anni, e Domenico Pace, 33, arrestati a Papanice in contemporanea con il loro capo, sono quelli di associazione a delinquere di stampo mafioso, due estorsioni nei confronti di altrettanti imprenditori crotonesi, e una tentata estorsione. Ma questo è solo l’inizio di un’indagine ben più complessa, dalla quale potrebbero emergere particolari e collegamenti inquietanti rispetto alla figura di Russelli.
Oltre ad una attività di intelligence particolarmente complessa e concreta, ci sono ben quattro collaboratori di giustizia che stanno svelando retroscena sconvolgenti negli equilibri delle ‘ndrine crotonesi. E poi ci sono i collegamenti neppure troppo velati con l’omicidio del boss rivale, Luca Megna, freddato davanti la sua abitazione, a Papanice, la vigilia di Pasqua dello scorso anno, mentre si trovava in auto con la figlia di 5 anni e la moglie.
Tutti tasselli su cui resta concentrata l’attività dei due magistrati, Dolce e Bruni, e della polizia di Stato. Russelli non era uno sprovveduto e rampante boss emergente, ma "l’esponente di spicco di una mafia che guarda in alto – ha detto il procuratore Spagnuolo – e che ha superato il modello arcaico della vecchia mafia agricola".
Per Spagnuolo, l’arresto di Russelli è stato "un lavoro estremamente complesso di intelligence, possibile anche grazie a quattro collaboratori di giustizia". Rispetto a questo dato, il procuratore della Dda ha sottolineato come la presenza di questi collaboratori nel crotonese "è frutto della credibilità della Procura. La Dda di Catanzaro – ha aggiunto Spagnuolo – è la seconda in Italia in termini di collaboratori di giustizia, subito dopo Napoli, e questo è motivo di orgoglio, oltre al fatto che siamo la terza Dda in termini di produzione, nonostante solo 5 sostituti e un aggiunto".
Ma l’aspettativa principale del magistrato è quella che con l’arresto del boss "sia stato chiuso un fronte che poggia le sue radici sul sangue". Il sostituto Dolce ha evidenziato i due aspetti fondamentali legati all’arresto: l’indagine sui fatti contestati rispetto alle estorsioni, e la cattura del boss con un lavoro che andava avanti da mesi. Per il sostituto Bruni "la cattura di Russelli è un tassello importante, perché svela alcune emergenze che già erano citate nelle carte".
Per il magistrato è importante anche il ruolo svolto dal boss: "Capace di organizzare omicidi e di sedersi al tavolo con imprenditori e politici, questa è la sua dicotomia e pericolosità. Per colpire questi personaggi – ha aggiunto Bruni – non bisogna colpire solo in Calabria, perché le connessioni con l’Emilia Romagna o con altre realtà, anche fuori dall’Italia, sono forti e storicizzate". Soddisfatto anche il questore di Crotone, Gaetano D’Amato: "La cattura di Russelli – ha detto – viene dopo giorni e notti di lavoro sul territorio, sul campo, dei poliziotti".
A illustrare alcuni particolari dell’operazione è stato il capo della squadra Mobile di Crotone, Morabito, il quale ha anche svelato che Russelli aveva con sé un sofisticato strumento di rilevazione di microspie ambientali, nel tentativo di evitare di essere intercettato. Con Russelli, nel casolare di Imola, c’erano la moglie e i due figli di 4 e 12 anni.
"Una trentina di uomini hanno circondato il casolare quando abbiamo capito che lui era lì – ha detto Morabito – e a quel punto Russelli non ha potuto fare altro che aprire la porta e arrendersi. Stavamo seguendo le sue tracce da tempo e negli ultimi tempi si è spostato più volte, al punto che circa venti giorni fa siamo andati molto vicini alla sua cattura". Fino alle cinque di martedì mattina, quando l’anonima villetta emiliana ha restituito agli investigatori uno dei boss più pericolosi delle cosche calabresi.
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CATANZARO – C’è una quarta persona tra quelle raggiunte dal provvedimento restrittivo disposto dalla Direzione distrettuale antimafia che ha portato al fermo del boss di Crotone, Leo Russelli, arrestato a Imola, nel bolognese, oltre che nei confronti di due suoi fedelissimi, Domenico Elia e Domenico Pace.
A loro, infatti, si aggiunge Salvatore Sarcone, 32 anni, di Crotone, al quale è stata notificata l’ordinanza in carcere, perché detenuto per altra causa. Anche Sarcone viene descritto dagli inquirenti come uno dei principali collaboratori del boss Russelli.
Ai quattro sono contestati i reati di associazione a delinquere, due estorsioni e una tentata estorsione, tutte ai danni di tre società di Crotone che avrebbero subito diverse intimidazioni, anche attraverso l’incendio di alcuni automezzi. Le società vittime del clan avrebbero versato somme importanti, sia mensilmente che ogni quattro mesi, con importi che avrebbero raggiunto anche i 1.500 euro mensili.
Il Giornale di Calabria
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