CASTROVILLARI – Gli imprenditori agricoli della Sibaritide si rivolsero al clan Forastefano per bloccare la realizzazione nel Cassanese d’una centrale termoelettrica a metano. Di questo e molto altro ha parlato, nell’aula bunker di Castrovillari, il collaboratore di giustizia Bruno Adamo, nell’ambito del maxi processo "Omnia" che ha portato alla sbarra quarantadue presunti affiliati al potente clan Forastefano di Cassano Ionio, arrestati il 10 luglio del 2007 e ora a giudizio poiché accusati a vario titolo di associazione a delinquere di stampo mafioso, spaccio di droga, estorsioni, detenzioni di armi e altri reati.
Parallelamente al filone giudiziario in discussione dinanzi al tribunale collegiale di Castrovillari, presieduto da Sergio Caliò, corre il processo in svolgimento dinanzi al giudice delle udienze preliminari di Catanzaro con altri trentacinque imputati coinvolti nello stesso blitz ma che hanno scelto d’essere giudicati con rito abbreviato.
Per questi ultimi, tra cui anche il consigliere regionale calabrese Franco La Rupa e il consigliere provinciale di Cosenza Luigi Garofalo, entrambi eletti con l’Udeur, il pm ha già formalizzato la richiesta delle condanne. Bruno, pur non essendo affiliato al clan cassanese, ha confessato d’avere per almeno una decina d’anni lavorato con e per i Forastefano, e quindi conoscerebbe segreti, affari e struttura della cosca.
Il pentito, originario di Firmo, nell’entroterra cosentino, ha deciso di collaborare con la giustizia dopo avere ucciso per sbaglio a Paola, nell’estate del 2004, un innocente scambiato per l’ex boss della cittadina tirrenica Giuliano Serpa, anch’egli ora collaboratore di giustizia. Bruno, che una settimana fa in una precedente udienza era stato sentito in videoconferenza da una località protetta, ieri mattina è comparso personalmente in aula, protetto da un imponente spiegamento di forze dell’ordine.
Ha parlato per qualche ora, rispondendo alle domande del pm antimafia Vincenzo Luberto, protetto da un’impenetrabile gabbia di vetri antiproiettili. Nel pomeriggio l’udienza è proseguita con il controesame dell’agguerrito collegio difensivo. In mattinata, rispondendo alle domande del pubblico ministero, Adamo Bruno ha parlato di due episodi in particolare: l’omicidio di Salvatore Papasso, avvenuto nell’inverno del 2004 nelle campagne di Castrovillari, e appunto del presunto interessamento della cosca nell’affare per la realizzazione della Centrale termoelettrica nel Cassanese.
Per quanto riguarda quest’ultimo episodio, Bruno ha anzitutto precisato che tutti i grandi proprietari terrieri del Cassanese avrebbero pagato il pizzo al clan. E quando si cominciò a discutere della possibilità che poco lontano dal centro abitato di Doria, nella Piana di Sibari, nascesse il colosso elettrico, gli stessi imprenditori si sarebbero riuniti per discuterne, invitando al confronto esponenti di primissimo piano della cosca.
Ad essi, sempre a sentire le dichiarazioni del collaboratore di giustizia, i proprietari avrebbero chiesto di bloccare sul nascere opera, o, comunque, di consumare episodi intimidatori ai danni delle ditte che sarebbero intervenute nel cantiere qualora la realizzazione avesse incassato il via libera.
Per quanto riguarda l’omicidio Papasso, invece, Adamo Bruno ha raccontato che l’ordine di ucciderlo sarebbe giunto anch’esso dai vertici del clan, per fargli pagare con la vita lo sgarro d’una partita di droga non pagata. Il pentito ha aggiunto che sarebbe stato lui stesso a portare l’incarico di punire il trentunenne a dei fratelli di Castrovillari. Papasso, secondo quanto successivamente emerso dall’autopsia, venne prima massacrato di botte e poi giustizia con tre colpi di pistola calibro 7,65.
Le ricostruzioni di entrambi gli episodi sono state al centro anche del contro interrogatorio dei difensori degli imputati, che hanno cercato di smontare pezzo per pezzo le parole del collaboratore di giustizia. Tra l’altro i due fatti non compaiono tra gli episodi criminosi che la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro contesta agli imputati del maxi processo "Omnia".
Sempre in risposta alle domande del pm, Adamo Bruno ha poi fatto cenno al rogo che nel 2005 ha distrutto il magazzino e dieci automezzi d’una ditta appartenente a un consigliere comunale cassanese dell’Udc. A sentire il racconto del collaboratore di giustizia anche quell’incendio fu deciso dal clan Forastefano poiché l’imprenditore non aveva voluto pagare il pizzo.
Il dibattimento tornerà in aula domattina con l’escussione di Domenico Falbo, il trentenne di Cassano in passato affiliato al presunto clan ma ormai da anni anch’egli collaboratore di giustizia.
Il Giornale di Calabria
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