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Strage di Strongoli, processo da rifare

CROTONE – I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, davanti ai quali è approdato il processo per il tragico agguato di mafia ormai noto come la strage di Strongoli, hanno deciso di riaprire l’istruttoria dibattimentale. Significa che il processo dev’essere rifatto per intero. Che devono essere approfonditi, anche alla luce di nuovi elementi di prova, fatti e testimonianze che nel settembre 2006 hanno indotto la Corte d’Assise a mandare assolti i principali imputati ed a condannare solo il collaboratore di giustizia che si è autoaccusato della strage tirando in ballo tutti gli altri.

Sul banco degli imputati ci sono Salvatore Giglio, capo dell’omonima cosca di Strongoli, la moglie Roberta Carmela Putrino, il padre Giuseppe Giglio, il fratello Pasquale Giglio, e ancora Francesco Abbruzzese, Nicola Acri, Antonio Di Dieco, tutti assolti in primo grado, e, infine, Cosimo Alfonso Scaglione, condannato a 16 anni di reclusione perché ritenuto, sulla base delle sue stesse ammissioni, uno dei killer che il pomeriggio del 26 febbraio 2000 entrarono in azione sul corso Biagio Miraglia di Strongoli e uccisero tre affiliati ad una cosca locale, Salvatore Valente, Vincenzo Otello Giarratano e Massimiliano Greco, oltre ad un pensionato seduto su una panchina a prendere il sole, mentre Francesco Giarratano, altro componente del clan Valente, rimase miracolosamente illeso e riuscì a salvarsi.

Con l’ordinanza emessa nell’udienza di sabato scorso, insomma, la Corte d’Appello ha accolto pressoché integralmente le richieste del procuratore generale Giuseppe Prestinenzi che intende riascoltare i collaboratori di giustizia Cosimo Alfonso Scaglione, Antonio Di Dieco, Pasquale Perciaccante, ma anche i pentiti crotonesi Ferruccio Arcuri e Vincenzo Marino che a quanto pare sarebbero al corrente di alcuni particolari sui tragici fatti avvenuti otto anni fa su corso Biagio Miraglia, seppure "per sentito dire".

I giudici, inoltre, hanno disposto l’acquisizione dei verbali delle dichiarazioni rese dagli stessi collaboratori in altri processi di mafia e la documentazione relativa alle minacce subite alcuni mesi addietro da Scaglione nel carcere di Secondigliano, dove si trova detenuto; al collaboratore, in particolare, è stata recapitata una busta nella quale c’erano una lettera con minacce di morte composta con ritagli di giornale e due proiettili di fucile piuttosto arrugginiti.

La corte, invece, non ha ancora deciso se utilizzare le intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate dai carabinieri nelle ore successive alla strage e che costituirebbero un importante tassello in mano alla pubblica accusa. Nel processo di primo grado quelle intercettazioni sono state dichiarate inutilizzabili perché registrate dai carabinieri di Cirò e non dalla Procura della Repubblica, come vogliono le norme in vigore sulla materia.

(d.p.)

ilcrotonese.it

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