SAN LUCA – I grandi la chiamano faida. I bambini la chiamano guerra. "Madonna della Montagna, ti prego fammi questa grazia e fai uscire dal calcero tutti i miei zii e i miei cugini e anche voglio che mio padre si caccia di questa guerra. Menomale che sta arrivando la pace e noi ci divertiamo un mondo". Quando i piccoli della famiglia Vottari consegnarono la loro invocazione colorata alla statuetta della Madonna di Polsi – a guardia del bunker in cui il padre Francesco si riparava dalle rappresaglie dei Nirta-Strangio – nell’aria di San Luca si respirava evidentemente già odore di tregua.
Solo nel settembre 2007, però, con la festività mariana a fare da tradizionale cornice agli sforzi della diplomazia criminale del Reggino, il "regalo" della Madonna della Montagna divenne ufficiale e ostentato dai contendenti con tranquille passeggiate per le strade del paese sprangato in casa da un anno. Più della devozione dei capibastone, però, nella chiusura (?) dell’affaire San Luca poté l’ancestrale spirito di conservazione della ‘ndrangheta.
"La devono vedere di chiudere, altrimenti arrestano tutti da una parte e dall’altra", pontificava preoccupato a febbraio nel carcere di Carinola l’ottantenne Cicciu u Sparitu (Francesco Barbaro), mettendo a punto con il genero Giuseppe Pelle possibili strategie di mediazione. Duisburg e i blitz erano ancora di là da venire, ma il vecchio boss di Platì, che di faide nella zona jonica del Reggino ne aveva viste tante (Roghudi, Ciminà) e tante ne aveva provato a ricomporre, sapeva come vanno a finire certe cose.
Ad aspettare entro dicembre la sentenza del Gup di Reggio Calabria, in effetti, ci sono attualmente 43 imputati "da una parte e dall’altra", uomini (e donne) della cosca Pelle-Vottari e uomini (e donne) della cosca Nirta "Versu", tutti finiti nelle maglie dell’inchiesta "Fehida" condotta dai carabinieri del Reparto territoriale di Locri (agosto 2007).
Tra le accuse contestate dai pm Salvatore Boemi e Nicola Gratteri della Direzione distrettuale antimafia di Reggio, l’associazione a delinquere di stampo mafioso, omicidi e tentati omicidi "per motivi abietti di vendetta e supremazia mafiosa". In una parola, per motivi di faida. Quelli che nel pomeriggio del 25 dicembre 2006 avrebbero armato di un fucile e due pistole il commando materializzato davanti al civico 150 di via Corrado Alvaro, San Luca.
L’indirizzo è quello di casa Nirta. Il giorno è di festa. Gli spari colpiscono nel mucchio: muore Maria Strangio, 33enne moglie del boss Giovanni Luca Nirta, restano feriti un bambino di 5 anni e Francesco Nirta. "Si sono messi sopra un "asino bianco" ed è morta una madre di famiglia… poi chi sono andati! Sono andati quattro ragazzi uno più brutto degli altri", prenderà subito le distanze Giuseppe Pelle criticando l’azione organizzata dai Vottari che, dal canto loro, si rendono un istante dopo irreperibili.
Sarà per questo che la risposta dei Nirta colpirà il 4 gennaio fuori da San Luca, a Casignana, sfogandosi contro Bruno Pizzata, colpevole della sua parentela con i Vottari. La strage di Duisburg (15 agosto 2007) è ancora lontana e non trova spazio nell’attuale procedimento penale, focalizzato sulle tappe della faida che hanno preceduto e preparato la mattanza tedesca e i suoi sei morti (Marco Marmo, Francesco Pergola, Tommaso Francesco Venturi, Marco Pergola, Francesco Giorgi, Sebastiano Strangio).
Le indagini sul massacro in Westfalia, in effetti, non sono ancora concluse e mentre è caccia aperta al 28enne Giovanni Strangio, capo del gruppo di Kaarst della cosca sanlucota e presunto responsabile della strage, resta da identificare con certezza "il complice ancora ignoto" che, con lui, avrebbe aperto il fuoco davanti al ristorante "Da Bruno’s".
Francesca Chirico
liberainformazione.org
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