Il cavallo di proprietà del sindaco di Taurianova, Domenico Romeo (Udc), fatto fuori con due colpi di fucile la notte del 2 gennaio dai soliti ignoti, non ha fatto in tempo a essere catalogato nella triste classifica delle intimidazioni che colpiscono gli amministratori calabresi.
Taurianova è un paese, a pochi chilometri da Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria, dove la ‘ndrangheta la respiri anche se hai il naso chiuso. Anche la vista e l’udito in città, però, non devono essere buoni se lo stesso sindaco, il suo vice, Francesco Terranova e l’assessore agli affari legali, Francesco De Marco, a fine 2008 sono stati oggetto di una girandola di azioni intimidatorie. Nessuno vide nulla. Ovvio.
Loro sì che hanno fatto in tempo a rientrare nell’analisi cruda – come la carne da macello che le cosche fanno della manovalenza " di Legautonomie Calabria che, come ogni anno, presenta il rapporto sullo stato delle autonomie locali.
Un Municipio calabrese su due (per la precisione il 48%), negli ultimi nove anni ha fatto direttamente i conti con la violenza delle cosche. Dal 2000 a fine 2008 sono stati infatti 679 gli episodi intimidatori diretti contro gli amministratori.
Lo scorso anno gli episodi sono stati 72: 38 in meno rispetto al 2007. Il dato, però, non deve trarre in inganno, perché sono aumentate le tipologie di intimidazione più violente, a partire dai colpi d’arma da fuoco ed esplosivi.
“Molti amministratori " scrive in premessa il presidente di Legautonomie Antonio Acri, consigliere regionale del Pd " mettono a rischio la propria incolumità personale per rappresentare degnamente le loro comunità. Devono fare i conti con auto incendiate, familiari intimiditi, spari contro le case, devastazione delle proprietà, in un disastro che non sta negli eventi ma sta in ciò che si ripete ogni giorno e, ripetendosi, non fa più notizia. Un dramma che diventa la normalità delle centinaia di attentati che, nonostante tutto, continuano a stare al proprio posto”.
Una difesa accorata quella di Acri, per molti aspetti condivisibile, ma che fa a pugni con la stessa analisi di Legautonomie che evidenzia un dato incontrovertibile: il 77% dei comuni calabresi sciolpi per mafia (in tutto 41 dal ’91 al 2008) aveva gli amministratori collusi con le cosche.
Parentele, cointeressenze, precedenti penali, frequentazioni, affiliazioni dirette, voto di scambio: ecco gli elementi ricorrenti nei decreti di scioglimento. A questo dato va aggiunto quel 54% di Comuni all’interno dei quali sono stati individuati dalle Commissioni prefettizie dipendenti infedeli, collusi o contigui alle organizzazioni criminali.
“Quest’ultimo è un elemento " si legge nel Rapporto " di particolare debolezza per i tentativi di ripristino delle condizioni di legalità”.
Inutile negarlo: per molti amministratori le intimidazioni sono un avvertimento ai propri comportamenti legali e onesti; per molti altri, invece, la sensazione è che si tratti di avvertimenti mafiosi in vista di possibili (ed evitabili) regolamenti di conti.
Nella classifica di Legautonomie non si salva nessuno. In particolare sofferenza ci sono i Comuni delle province di Crotone e Vibo Valentia: qui, fa notare sconsolatamente il Rapporto, “sono poche le comunità immuni dal fenomeno”.
Di fronte a questa situazione risuonano le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, nel corso della sua visita a Lamezia il 15 gennaio. In quell’occasione invitò gli amministratori, la società civile e l’intero Mezzogiorno a ribellarsi contro la criminalità. Alla luce di questi dati l’appello diventa ancora più importante ma non tutti saranno in grado di farlo proprio.
Roberto Galullo
ilsole24ore.com
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