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I giovani calabresi ancora pronti ad emigrare – È quanto si evince da una ricerca dell’Eurispes secondo cui il 18,7% lavorerebbe in nero

CATANZARO – Oltre 65 mila giovani sono disposti a lasciare la Calabria; il 18,7 per cento lavorerebbe in nero; la maggior parte si sacrificherebbe anche di notte. È quanto emerge da uno studio dell’Eurispes.

Ponendo a confronto i valori assunti dai principali indicatori del mercato del lavoro (tasso di occupazione e tasso di disoccupazione), fra le regioni italiane, viene confermata la debolezza del mercato del lavoro delle regioni del Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sicilia e Sardegna) rispetto alla media italiana.

Considerando il tasso di disoccupazione, nel III trimestre 2008, nelle aree del Sud si attesta all’11,1%, un valore, questo, quasi il doppio di quello medio italiano, pari al 6,1%. In termini di variazione, rispetto allo stesso periodo del 2007, aumenta di quasi un punto percentuale, +0,8, mentre in Italia l’incremento risulta più contenuto, +0,5 punti.

Per quanto riguarda la Calabria, secondo l’Eurispes si posiziona al penultimo posto della graduatoria del tasso di occupazione più basso d’Italia, con il 43,6%, subito dopo la Campania con il 43,3% e con uno scarto rispetto al dato medio nazionale (59%) di ben 15,4 punti percentuali. Il disagio del mercato del lavoro nella regione è ulteriormente confermato dal tasso di disoccupazione: la Calabria, con l’11,9% è seconda solo alla Sicilia con il 13,1% nella graduatoria nazionale del livello di disoccupazione più elevato, e con uno scarto rispetto a quello medio italiano (6,1%) di quasi 6 punti percentuali.

A ciò si aggiunge il basso livello di partecipazione al mercato del lavoro (49,5%) inferiore al dato aggregato dell’Italia (62,8%) di ben 13,3 punti percentuali. Inoltre, sempre rispetto al fenomeno, in modo analogo al resto della penisola, oltre a quella per età, la disoccupazione meridionale e dunque quella calabrese presenta una forte caratterizzazione per sesso.

"Ciò significa – spiega l’istituto – che i giovani ma soprattutto le donne, sono sensibilmente meno occupate e nettamente più disoccupate che nel resto del Paese". Suddividendo il tasso di disoccupazione per sesso, quello delle donne calabresi supera abbondantemente quello maschile: il 16% contro il 9,6%, a fronte rispettivamente del 7,9 e 4,9 per cento del dato medio italiano.

Analizzando in profondità il fenomeno della disoccupazione in relazione all’età (Istat 2007) è possibile osservare come soltanto il Mezzogiorno presenta un tasso di disoccupazione giovanile (giovani compresi tra i 15 e i 24 anni di età) al di sopra della media nazionale (32,3% vs 20,3% con una differenza di ben 12 punti percentuali). La Calabria conferma la difficile situazione del lavoro giovanile con quasi un terzo, il 31,6%, di disoccupati, anche se in questo caso il triste primato spetta con un valore più elevato in primis alla Sicilia (37,2%), seguono Sardegna (32,5%), Campania (32,5%) e Puglia (31,8%).

La posizione della Calabria migliora rispetto all’anno precedente, periodo in cui risultava seconda alla sola Sicilia (39%) nella graduatoria del più alto livello di disoccupazione, con un saggio pari al 35,5%. È stata chiesta ai giovani calabresi la loro disponibilità a trasferirsi per motivi di lavoro in altri luoghi: oltre il 13% dei giovani calabresi si dice pronto a lasciare la Calabria alla ricerca di un’occupazione stabile o più gratificante. I giovani calabresi mostrano qualche remora solo al trasferimento fuori dall’Europa.

Non vi sono differenze tra maschi e femmine, né per i diversi titoli di studio. Tra le tre classi di età invece, si riscontra una maggiore propensione nei giovani di età compresa tra i 18 e i 23 anni, ai cambiamenti e a nuove esperienze, probabilmente per la minore presenza di legami stabili e per la possibilità di considerarla una esperienza temporanea di arricchimento professionale e personale. Confermando la generale tendenza verso la precarizzazione del lavoro, più di un giovane occupato calabrese su due ha dichiarato una tipologia contrattuale precaria.

In particolare, se si osserva il tipo di contratto per le diverse tipologie, emerge come il 54,7% dei giovani dichiara di non avere un contratto a tempo indeterminato (pari alla somma delle risposte "senza contratto", "contratti atipici" "contratto a tempo determinato" e "altro"): 13,9% senza contratto, 16,8% con contratti atipici, 18,2% con contratti a tempo determinato e 5,8% con altre formule contrattuali.

L’ingresso continuativo nel mondo del lavoro rappresenta la seconda tappa del passaggio alla condizione di adulto, perché consente l’indipendenza economica l’affrancamento dalla tutela dei propri genitori. È chiaro che un lavoro precario non consente né l’ingresso continuativo nel mondo del lavoro, né l’indipendenza economica, ed è altrettanto chiaro che i giovani che si trovino a lavorare con contratti a termine, rimangono intrappolati nella propria condizione, a prescindere da quale sia il loro desiderio.

Una quota significativa (45,9%) dei soggetti occupati intervistati gode di un contratto a tempo indeterminato che permette più tranquillamente di progettare il proprio futuro in maniera del tutto indipendente da aiuti esterni. "La maggior parte dei nostri intervistati – scrive l’Eurispes – che ha concluso il proprio percorso formativo non ha ancora trovato lavoro (36,9%).

Tra questi, la percentuale più alta si registra tra coloro che hanno un titolo di studio elevato confermando che l’accesso al lavoro è più difficile in questi casi, probabilmente a causa della configurazione del mercato del lavoro locale ma anche della visibilità di questo tipo di offerte attraverso i canali maggiormente diffusi". Il 24% ha trovato un’occupazione a meno di un anno: il 12,6% entro un mese e l’11,4% nell’arco di un anno.

Rilevante il dato del 13,7% del campione che ha dichiarato di aver impiegato oltre 4 anni a trovare un lavoro stabile. È probabile che per alcuni giovani i meccanismi regolativi del mercato del lavoro siano opachi e che le opportunità rimangano complessivamente poco accessibili, contribuendo da un lato ad allungare il periodo che intercorre tra la fine dei cicli formativi e l’inserimento nel mercato del lavoro e dall’altro a sviluppare una sfiducia generalizzata circa la possibilità di definire carriere non contrassegnate da una considerevole instabilità e dal costante rischio di scivolamento al di sotto della soglia di povertà.

È stato chiesto ai non occupati quale retribuzione minima sarebbero disposti ad accettare pur di inserirsi nel mondo del lavoro. Circa il 18,7% degli intervistati dichiara che accetterebbe qualsiasi remunerazione, anche in nero. "È una posizione – scrive l’Eurispes – che attesta la percezione di un marcato senso di debolezza contrattuale, soprattutto se consideriamo che un altro 25,2% pone come unico vincolo la regolarità della posizione lavorativa. Oltre alla difficoltà oggettiva di trovare lavoro, possiamo ipotizzare che i nostri intervistati ritengano di non essere sufficientemente formati per poter pretendere la giusta retribuzione e che considerino il primo impiego come un periodo di formazione sul campo, utile per essere in futuro più competenti e quindi più competitivi".

All’estremo opposto, il 5% degli intervistati afferma di non voler accettare un compenso minimo inferiore ad una cifra compresa tra i 1300 e i 1700 euro al mese (risposta "altro"), mostrando aspettative troppo ottimistiche rispetto alle attuali retribuzioni, soprattutto in relazione al primo impiego. Probabilmente si tratta di soggetti che non hanno al momento necessità di lavorare, che stanno conseguendo un titolo elevato e hanno proiettato nel futuro e in maniera del tutto ideale la propria risposta, senza tener conto del contesto.

Al fine di rilevare la propensione degli intervistati a preferire uno stipendio più elevato in cambio di condizioni di lavoro disagiate (lavoro notturno, festivo, in nero, precario etc.) è stato chiesto loro se fossero stati disponibili a svolgere un lavoro del genere ma con una retribuzione doppia del normale.

"Il dato rilevante che suscita un’immediata attenzione – si legge – è che ben il 67,8% dei giovani intervistati si è detto pronto a lavorare di notte pur di guadagnare il doppio di ciò che attualmente percepisce. Inoltre, gli under 35 hanno dichiarato piena disponibilità a fare i pendolari (71,5%), a lavorare con un contratto a termine (65,8%), a lavorare durante i giorni festivi (61,7%), a cambiare spesso lavoro (58,7%) e, infine, a lavorare in nero (35,8%)".

Il Giornale di Calabria

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