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Le vasche dell’elettrolisi utilizzate come frangiflutti

CROTONE – Potrebbero essere quelle lunghe lastre di cemento posizionate in fila ad una decina di metri dalla riva, oppure quegli strani manufatti trapezoidali che affiorano qua e là tra gli scogli. Potrebbero essere perché non ce la sentiamo di dire che abbiamo individuato le vasche dello ‘strappamento’ che orsono trent’anni vennero smaltite alle spalle della vecchia Pertusola per fronteggiare l’erosione del mare.

E tuttavia devono essere lì, in corrispondenza del casello ferroviario abbandonato alle spalle dello stabilimento, poco prima di imboccare il cavalcavia della strada consortile che porta sulla statale 106. Lo dicono i documenti ufficiali.

Era la fine degli anni Settanta quando la Société minière ed metallurgique de Penarroya, proprietaria dello stabilimento, decideva di disfarsi di sessanta celle elettrolitiche usate, probabilmente nell’ambito di una normale, o forse straordinaria, operazione di manutenzione del reparto, uno dei più pericolosi della fabbrica per via dell’ambiente impregnato di anidride solforosa che si sprigionava dalla soluzione acida che correva nelle vasche.

All’epoca non esisteva la normativa ambientale di oggi, tantomeno la proprietà (controllata dai banchieri Rothschild) doveva essere propensa a sobbarcarsi costi aggiuntivi per trasportare le vasche altrove. Meglio trasformarle in massi frangiflutti per difendere la discarica di Armeria (all’epoca non aveva ancora raggiunto le dimensioni di oggi e correva quasi a filo di spiaggia) dal moto ondoso del mare.

Siamo andati a cercarle, le celle elettrolitiche, sul posto e la nostra attenzione è stata subito colpita da una lunga fila di lastre di cemento armato che fungono da barriera frangiflutti ad una decina di metri dalla battigia, o meglio, quello che resta della battigia, ormai scomparsa sotto una colata di cemento che, frammista a scogli naturali e resti di manufatti dell’ex Pertusola Sud, separa il mare dalla discarica.

A guardarli dalla riva sembrano innocui massi frangiflutti. Un po’ strani però, almeno rispetto a quelli che siamo abituati a vedere dalle nostre parti. Per esempio: hanno una forma molto allungata, sono sagomati e poi, circostanza molto curiosa, sembrano cavi, al punto che più che massi, danno l’impressione di essere vasche rivoltate.

Tipo quelle, appunto, che venivano utilizzate nel reparto elettrolisi per fare precipitare, con l’ausilio della corrente elettrica, lo zinco dalla soluzione che proveniva dalla purificazione.

La richiesta di trasformare le vasche in massi frangifrutti venne inoltrata da Penarroya il 19 maggio 1977, qualche anno prima che Gepi, la finanziaria pubblica costituita nel 1971 dal ministero delle Partecipazioni statali con il compito di entrare nel capitale delle aziende private in crisi e di agevolarne la ristrutturazione, acquisisse il 49 per cento della proprietà dello stabilimento dando vita alla Pertusola Sud spa.

L’idea non dispiacque alla Capitaneria di porto. Anzi, è probabile che questa abbia anche ringraziato il management della fabbrica per aver messo a disposizione le vasche al fine di fronteggiare il problema dell’erosione del mare, in quel punto, peraltro, molto sentito poiché la costa si allarga (non sappiamo se per la sua conformazione naturale o per via dei rifiuti industriali abbancati nel corso dei decenni) per poi rientrare all’altezza del cavalcavia.

L’autorizzazione fu rilasciata in poco tempo. La Capitaneria prese atto che la società aveva queste vasche che non sapeva dove collocare e che sarebbe stata buona cosa utilizzarle come barriera frangiflutti.

Insomma: una via, due servizi.

ilcrotonese.it

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