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Agguato a Liotti, il Gup assolve Nicola Comberiati

CROTONE – Nicola Comberiati non c’entra con il tentato omicidio di Giuseppe Liotti, il pensionato di 61 anni che la mattina del 29 marzo 2008 venne ferito con sei colpi di pistola calibro 9 al torace mentre transitava nel centro abitato di Petilia Policastro a bordo della sua moto Ape.

Così ha deciso il gudice dell’udienza preliminare Antonio Giglio che, al termine del giudizio con il rito abbreviato, ha assolto per non aver commesso il fatto dall’accusa di tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose il 25enne Nicola Comberiati, uno dei figli di Vincenzo Comberiati, 52 anni, ritenuto il capo dell’omonima cosca mafiosa di Petilia Policastro.

Proprio Vincenzo Comberiati, secondo l’impianto accusatorio costruito dal sostituto procuratore distrettuale Sandro Dolce, sarebbe il mandante dell’agguato a Giuseppe Liotti, ritenuto pericoloso dal boss perché conosceva bene le vicende interne della cosca di Petilia della quale, fino a qualche anno addietro, aveva fatto parte e che, a quanto pare, era intenzionato a rivelare ai magistrati, come già una volta era stato sul punto di fare.

Lo stesso Liotti, peraltro, subito dopo l’agguato ha indicato ai carabinieri i nomi delle persone che gli avrebbero sparato: Salvatore Comberiati, di 43 anni, e Pietro Comberiati, di 29 anni, rispettivamente fratello e figlio di Vincenzo Comberiati, rintracciati e arrestati quello stesso giorno.

Le indagini, tuttavia, non si sono fermate. Nei mesi successivi all’agguato il sostituto procuratore Dolce ha raccolto nuovi elementi che confermerebbero le responsabilità del clan Comberiati: le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese ma soprattutto le registrazioni di alcuni colloqui in carcere tra Vincenzo Comberiati e i suoi figli, l’ultimo appena nove giorni prima dell’agguato.

In quei colloqui – secondo l’accusa – il boss dà indicazioni ai figli sul luogo in cui compiere l’omicidio e addirittura sugli indumenti da indossare. Anzi, propone di ocuparsi non solo del pensionato, ma anche del figlio che vive a Milano.

Sempre nel corso di quei colloqui, inoltre, Comberiati si mostra preoccupato della recente decisione di Cortese di diventare collaboratore di giustizia e teme che anche Liotti possa fare lo stesso passo.

Con queste nuove prove in mano, dunque, il giudice delle indagini preliminari nel luglio dello scorso anno ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere non solo per Salvatore e Pietro Comberiati, ma anche per Vincenzo Comberiati e per l’altro figlio Nicola, l’unico della famiglia che si trovava ancora in libertà.

Nel marzo scorso, quindi, Vincenzo, Salvatore e Pietro Comberiati sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di tentato omicidio aggravato dalle modalità mafiose; Nicola, invece, ha chiesto di essere processato dal gup Giglio con il rito abbreviato.

In aula i suoi difensori, gli avvocati Renzo Cavarretta e Dario Grosso, non hanno avuto molte difficoltà a dimostrare che non c’era alcuna prova per sostenere che il giovane – peraltro rimasto sempre distante dalle questioni di famiglia – fosse coinvolto nel delitto, ad eccezione di quel colloquio in carcere con il padre avvenuto nove giorni prima dell’agguato dal quale, però, non emerge che Nicola Comberiati abbia avuto un qualsiasi ruolo nella vicenda.

Troppo poco, insomma, perché il giudice potesse motivare una condanna. Che infatti non c’è stata.

Alla sbarra, dunque, rimangono gli altri tre Comberiati per i quali il processo davanti al Tribunale di Crotone inizia oggi, 29 maggio; insieme a loro ci saranno anche tre familiari della vittima: i figli Franco Liotti, 42 anni, e Carlo Liotti, 39 anni, e il fratello Carlo Liotti, di 58 anni, accusati di favoreggiamento personale perché avrebbero più volte tentato di convincere il loro congiunto a ritrattare le accuse contro i Comberiati.

(d.p.)

ilcrotonese.it

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