30 giugno, 2009
Roba Nostra – Milano capitale della ‘ndrangheta. Tutti gli affari dei boss in trasferta – È già partita la corsa all’Expo 2015 e ai miliardi degli appalti. Mappa della nuova criminalità organizzata che dal Sud si è stabilita in Lombardia. Sempre più al centro di grandi affari e lavori pubblici. Anche grazie ai rapporti, molto cordiali, con la politica
MILANO – L’affare grosso è il bottino dell’Expo 2015. Forse non saranno i promessi 14 miliardi di euro d’appalti, ma saranno comunque tanti: le cosche sono già al lavoro per entrare nella partita. E come stupirsi, se è vero che un magistrato che da anni indaga sulla mafia calabrese, Vincenzo Macrì, ha senza mezzi termini dichiarato che «la capitale della ‘ndrangheta ormai è Milano»?
I boss (non soltanto della ‘ndrangheta, ma anche di Cosa nostra e camorra) si sono ormai saldamente impiantati in tutto il Nord, dal Piemonte alla Liguria, dal Triveneto all’Emilia- Romagna. E mostrano il voltodi rispettabili imprenditori in giacca e cravatta, sono rassicuranti uomini d’affari.
Come Marcello Paparo (arrestato nel marzo 2009), 45 anni, nato a Crotone ma saldamente installato nell’hinterland milanese, tra Cologno Monzese e Brugherio: il suo consorzio Ytaka lavorava nei cantieri della Tav, l’alta velocità ferroviaria, e in quelli della quarta corsia dell’autostrada A4 Milano-Bergamo.
Certo, manteneva forti legami con la casa madre, in Calabria, con le famiglie dei Coscia e degli Arena, che servivano soprattutto quando l’abilità imprenditoriale non bastava: allora spuntavano le pistole contro i concorrenti troppo tenaci o i bastoni contl’o i dipendenti troppo attivi nel sindacato (come Nicola Padulano, ridotto in fin di vita a Segrate il 15 settembre 2006).
È un manager anche Salvatore Morabito (arrestato nel maggio 2007), quarantenne in affari nel settore del facchinaggio, ma aveva anche aperto un night club (For a King) proprio dentro gli edifici della Sogemi, la società comunale che gestisce l’Orto mercato di Milano.
Secondo l’accusa, è Morabito – rampollo della famiglia di Africo guidata dal vecchio patriarca Giuseppe Morabito detto il Tiradritto – il vero regista degli affari realizzati dai consorzi puliti intestati ad Antonio Paolo, ex sindacalista della Cgil all’Ortomercato diventato imprenditore con un giro d’affari di dieci milioni di euro l’anno.
Manager dell’edilizia e del movimento terra è invece Maurizio Luraghi, uno che più lombardo di così non si può, ma accusato dai magistrati milanesi di essere la faccia pulita dei delle famiglie calabresi installate a Buccinasco, nell’hinterland milanese.
C’è anche chi è uscito dai business tradizionali delle cosche (edilizia, movimento terra, facchinaggio, logistica, pulizie … ) e si è inventato un’originale macchina per far soldi: è il caso di Giuseppe Pangallo, del clan calabrese Papalia-Barbaro, che tra Milano, Lecco e Casorate Primo aveva messo in piedi un’efficiente organizzazione di rispettabili professionisti, commercialisti, imprenditori che chiedevano prestiti alle banche per comprare case.
Riuscivano a ottenere molti soldi gonfiando le perizie, poi i prestanome che si erano esposti sparivano, smettendo di pagare i mutui. Le banche erano risarcite dall’assicurazione e intanto i prestiti venivano incamerati dal gruppo.
Ciro Rigillo appartiene invece alla camorra. È stato arrestato a Napoli, dove gestiva un piccolo impero di sale gioco e videopoker. Ma molti dei suoi business erano al Nord: a Milano controllava la sala Bingo di viale Zara, quella di Cernusco sul Naviglio, di Cologno Monzese, Brescia, Cremona, Padova, Lucca.
In Piemonte è fortissima la ‘ndrangheta che, dopo l’uccisione del boss Pasquale Marando e l’arresto del fratello Domenico, si sta riorganizzando con l’ascesa di nuovi uomini e nuove famiglie.
In Liguria i calabresi hanno «locali» (cellule mafiose) a Ventimiglia, Lavagna, Sanremo, Rapallo, Imperia, Savona, Sarzana, Taggia e Genova. Il «locale» più importante è quello di Ventimiglia, da dove viene diretta la compensazione tra le attività di ‘ndrangheta nella Riviera italiana e quelle in Costa Azzurra.
Anche l’Emilia-Romagna è stata ormai «colonizzata» dai calabresi, che hanno presenze a Bologna, Modena, Forlì, Rimini e Reggio Emilia. Sulla Riviera romagnola (soprattutto Rimini e Riccione) è prevalente il business del gioco clandestino, a San Marino è stato invece scoperto un circuito di riciclaggio.
Presenze discrete, buoni affari da concludere senza inutili clamori. Eppure a Sassuolo ci è scappata anche la bomba: esplosa alla sede dell’Agenzia delle Entrate, che in quel periodo stava facendo accertamenti sull’evasione Iva da parte di società controllate dalle cosche.
I boss al Nord in giacca e cravatta hanno necessità di stringere rapporti con la politica, che in molti casi si è dimostrata permeabile alle cosche. Alcuni amministratori pubblici di località turistiche della Liguria (Sanremo, Ospedaletti, Arma di Taggia) si sono inseriti – scrive la commissione antimafia – «in veri e propri gruppi imprenditorial-politico-affaristici».
In Lombardia va anche peggio. Nel lungo elenco dei politici in buoni rapporti con indagati per mafia c’è anche un consigliere comunale di Milano eletto nelle liste di Forza Italia, Vincenzo Giudice. Secondo gli investigatori, frequentava incautamente – incontri, brindisi, cene elettorali – Giovanni Cinque, esponente di spicco della cosca calabrese degli Arena, che stava cercando una strada per gli appalti dell’Expo. Ma una provvidenziale fuga di notizie ha bloccato l’indagine appena nata.
Cene elettorali anche in onore di Alessandro Colucci, Forza Italia, consigliere regionale della Lombardia. Grigliata mista e frittura al Gianat, ristorante di pesce, con conto pagato da Salvatore Morabito, l’erede del Tiradritto. «Abbiamo un amico in Regione», dicevano riferendosi a lui due mafiosi (intercettati) della cosca di Africo.
Il boss Giuseppe Pangallo, invece, sarebbe in buoni rapporti con Luigi Iocca, capogruppo del Pdl nel consiglio comunale di Buccinasco. I poliziotti che hanno perquisito la sua abitazione hanno trovato «modiche quantità di droga, non per uso personale».
Emilio Santomauro, An poi passato all’Udc, due volte consigliere comunale a Milano, ex presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino ed ex presidente della Sogemi, è in attesa di processo con l’accusa di aver fatto da prestanome a uomini del clan Guida, camorristi con ottimi affari a Milano.
Nella stessa inchiesta è stato indagato per tentata corruzione Francesco De Luca, Forza Italia, poi passato alla Dc di Gianfranco Rotondi e oggi deputato nelle file del Pdl: secondo l’accusa, un’avvocatessa milanese gli aveva chiesto di darsi da fare per «aggiustare» in Cassazione un processo ai Guida per omicidi e associazione mafiosa.
De Luca non nega: «Vede, signor giudice, noi politici siamo abituati a dire sempre sì» dichiara al magistrato. «A volte questi postulanti che chiedono piaceri alla politica sono asfissianti, allora per non avere fastidi … ».
Ma De Luca dice la verità quando afferma di non essere poi intervenuto presso la Cassazione? Per appurarlo, il pm Massimo Meroni aveva chiesto alla Camera di utilizzare i tabulati delle utenze telefoniche del deputato. Ma la Camera (insieme Pdl e Pd) ha risposto di no.
Il rifiuto «non ha consentito di accertare se De Luca avesse o meno avuto contatti con magistrati di Cassazione» e ha reso inevitabile l’archiviazione.
«Così cresce il potere delle cosche al Nord» dice un investigatore «e noi restiamo senza strumenti come le intercettazioni per contrastarle».
Da qui al 2015, prevede, sarà un’escalation.
GIANNI BARBACETTO
il Venerdì di Repubblica N° 1110
(26 giugno 2009)
categorie: cronaca
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