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Da soli non si colpisce la ‘ndrangheta – «È una holding con tanti soldi ma ai picciotti esposti sempre alla morte dà meno di mille euro al mese» – Antonio Palmieri, assessore alle Attività produttive, lancia un appello ad istituzioni locali ed imprese sane per lottare tutti insieme

LAMEZIA TERME – «Nessuno pensi di essere solo. Bisogna mettersi insieme, istituzioni, imprese, Chiesa e semplici cittadini; parlando uno stesso linguaggio; fare insieme ciò che diciamo quando parliamo di pizzo ed usura, essere comunione».

L’appello viene lanciato da Antonio Palmieri, segretario generale della Camera di commercio di Reggio assessore comunale alle attività produttive in una città dove la ‘ndrangheta controlla direttamente o indirettamente tante imprese piccole e medie.

«Stare tutti insieme è l’unico vero percorso per combattere efficacemente la criminalità organizzata. Diversamente non cambierà nulla e ne saremo responsabili», sostiene Palmieri che qualche giorno fa ha organizzato un convegno sulla «stupidità della ‘ndrangheta».

Assessore Palmieri cos’è la ‘ndrangheta del Duemila?

«Una holding con un giro d’affari intorno ai 44 miliardi di euro; un fatturato fuorilegge che s’aggira intorno al 3% del prodotto interno lordo nazionale, cioè oltre 1.500 miliardi di euro, equivalente alla somma della ricchezza nazionale prodotta da Estonia e Slovenia».

Gli affari di questa holding criminale come si sviluppano?

«Grazie a questa multinazionale della morte una massa enorme di denaro passa dalle tasche dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi, qualcosa come 250 milioni di euro al giorno».

Ben oltre il Cafè de Paris?

«È un fiume di liquidità attraverso il quale la ‘ndrangheta ha puntato sull’internazionalizzazione degli affari, sulla globalizzazione del business, come i collegamenti coi cartelli colombiani e sudamericani finalizzati al traffico della droga e al riciclaggio, oltre naturalmente agli investimenti nel centro e nord dell’Italia».

Ma in Calabria si vede soltanto una piccolissima parte di queste enormi ricchezze.

«Qui ci sono territori che si spopolano, non solo perché piange la culla ma anche perchè da qualche anno si registra un movimento migratorio indirizzato prevalentemente verso le regioni del Nord e del Centro».

E l’impresa sana calabrese?

«Le piccole realtà dell’industria in senso stretto, poco meno del 12%, sono comprese tra il settore delle costruzioni che comunque genera bassi livelli di valore aggiunto e quello dei servizi, sempre dipendente dal comparto pubblico e da diverse forme di assistenzialismo. In Calabria c’è un tasso d’attività di circa 25 punti sotto il target da raggiungere entro tre anni: il mercato del lavoro calabrese non centrerà mai l’obiettivo Lisbona».

C’è però chi sostiene che se la ‘Ndrangheta Spa non ci fosse la povertà in Calabria aumenterebbe.

«Le grandi illusioni dei militanti, compresi i tanti intermediari professionali, i cosiddetti colletti bianchi, così come gli imprenditori dalla doppia moralità, sono tutte un grande imbroglio. È dimostrato che laddove è più penetrante il radicamento ‘ndranghetista aumentano disoccupazione e lavoro irregolare (26% in Calabria, maglia nera nazionale), crescono povertà e malasanità, non c’è nessun investitore esterno, le imprese nascono micro per restare tali perché hanno paura di crescere, i turisti anche se vengono una volta non ritornano. Ma c’è di più».

Cosa?

«Se allunghiamo lo sguardo a tutto il Mezzogiorno, il risultato di uno studio commenta che se fosse mancato il tasso di zavorramento mafioso annuo, dall’81 ad oggi, il Pil pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord».

E gli ‘ndranghetisti?

«Sono i promotori del grande imbroglio sul rispetto e la solidarietà dell’onorata società, sulla promessa di poter fare soldi facilmente per diventare “qualcuno”, per entrare nei circuiti dei potenti ed acquisire amici influenti diventando “uomini d’onore”.

Gli affari vanno bene soltanto alle poche famiglie di ‘ndranghetisti, che hanno in mano grandi capitali, una ricchezza non distribuita. e ad essere imbrogliati sono proprio gli affiliati (“picciotti”, gli “sgarristi”…) e le loro famiglie (le “ndrine”), i parenti innocenti, coloro che senza saperne il perché sono spesso costretti a versare il proprio sangue in faide assurde».

Insomma nella holding sono pochi a far soldi, gli altri fanno la fame?

«Il 90% delle ricchezze della ‘ndrangheta è nelle mani di poco meno del 10% degli affiliati (come quelli dei livelli definiti “Vangelo” e “Santa”). Il ritrovamento di numerosi “libri mastri” ha consentito di conoscere che la “mesata” percepita da un esattore, da un pusher, da una sentinella o “palo” che dir si voglia, non supera i 1500/2000 euro.

Così gli sgarristi che percepiscono meno di mille euro, esecutori di omicidi, nonostante l’alto rischio di finire in carcere o di venire ammazzati, contro ad esempio i 10 mila euro di un vice capo zona. E poi ci sono i rischi».

Quali rischi?

«I picciotti vengono arrestati, sono costretti a scappare da latitanti e in tanti vengono uccisi. Statisticamente la ‘ndrangheta uccide soprattutto i propri affiliati».

È questa la stupidità della ‘ndrangheta?

«Esatto, è proprio questa stupidità che occorre mettere a nudo per indebolire le certezze di quell’organico di “picciotti” in pianta stabile di cui l’organizzazione ‘ndranghetista, tipicamente aziendale, necessita per le attività quotidiane (riscossioni, imposizioni di merce, spaccio di droga, concorrenza sleale e altro).

Gente che, proprio per la pervasività dei sodalizi costruita sulla suddivisione territoriale degli interessi criminali delle cosche, conosciamo perché frequenta le nostre piazze, i nostri quartieri, i nostri bar e ristoranti, e possiamo guardare negli occhi perché putroppo nel tempo diventa “uno di famiglia” a cui ci si rivolge per qualsiasi problema, come per ricomporre liti».

Quindi cosa fare?

«L’opera di denuncia e di sensibilizzazione da sola non ha grande efficacia; le parole devono tradursi in atti concreti, nel fare, riappropriandosi di quel senso della responsabilità sociale forse smarrito. Per avere il coraggio di guardare la ‘ndrangheta negli occhi e coglierne la vera realtà che abbiamo cercato sopra di descrivere, e consapevolmente comportarsi».

Vinicio Leonetti

Gazzetta del sud

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