SANT’ANNA (KR) – Si sente ancora l’odore del mare. Ma non è il mare caraibico delle spiagge o della vicina Le Castella, il maniero medievale che sorge come un miraggio tra scogli e acque cristalline, simbolo della Calabria. È, piuttosto, il mare scuro della traversata nel Canale di Sicilia, con il sale e i vapori della nafta che ti bruciano sulla pelle mentre preghi di rimanere vivo.
Siamo a Sant’Anna, una frazione di Isola di Capo Rizzuto, in provincia di Crotone, al centro di accoglienza più grande d’Europa: l’ex base dell’Aeronautica, riconvertita nel 1999 per via degli sbarchi in Puglia dei kosovari, è divenuta la porta istituzionale di ingresso dei clandestini provenienti dal Sud del mondo. Dopo Lampedusa, questo è il secondo “passaggio a Nord”.
Nel campo di calcio ci sono ancora le tracce della tendopoli allestita lo scorso anno, quando il centro superò le duemila presenze. Oggi la situazione è relativamente tranquilla, per via dei respingimenti: siamo a poco più di mille, alloggiati nei container a ridosso della costruzione principale. Il Centro è come un immenso “non luogo” dove uomini, donne e bambini vagano come fantasmi, in attesa di essere riconosciuti e smistati, accolti in Italia con un permesso umanitario, oppure espulsi.
I clandestini del Centro di identificazione ed espulsione (Cie) non si possono nemmeno vedere, fantasmi tra i fantasmi, nascosti da inferriate, cancelli e filo spinato. Diversa è la situazione del Centro di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), dove invece si è liberi di passeggiare, frequentare corsi di italiano, addirittura di uscire e raggiungere la vicina Crotone con un servizio navetta di autobus, in attesa che una commissione prefettizia verifichi se è possibile concedere lo status di rifugiato politico.
Chiesa e moschea, gomito a gomito
Camionette dell’Esercito percorrono le strade di asfalto e di polvere, passando sotto immensi pini marittimi. Militari e poliziotti controllano il centro, pronti a spegnere focolai di risse accesi dalle 36 nazionalità presenti. Ogni etnia elegge un suo rappresentante.
La comunità più vasta è quella dei somali, seguono nigeriani, afghani e iracheni. Uno dei mezzi migliori per placare la noia e l’ansia è organizzare tornei di calcetto, che qui sono come campionati del mondo.
La gestione operativa della struttura, dagli alloggi al vitto, dalla scuola materna all’animazione per i bambini, è affidata ai volontari della locale Confraternita della Misericordia, legata alla Confederazione nazionale delle Misericordie d’Italia, e ai volontari della Caritas. Fanno tutto con tenacia, fede e professionalità.
Noi visitiamo il centro con la direttrice Liberata Parisi e con il suo vice, Pasquale Ribecco. Nel vecchio palazzone dell’Aeronautica, dai muri scrostati, c’è la sala di ricevimento, il primo posto attraversato dai clandestini. Di fronte, due porticine danno sulla chiesa cristiana e la moschea.
«Tra i due luoghi ci sono tre metri di distanza, non abbiamo mai avuto problemi, è la dimostrazione che due mondi, due fedi così complesse e diverse possono convivere», dice la Parisi. Si prega anche all’aperto, nel campo D. Hanno organizzato un Ramadan per oltre mille persone.
In trincea, a difesa della legalità
Continuiamo la visita negli ambulatori, negli uffici dell’avvocato, dello psicologo, del mediatore culturale, dell’assistente sociale, della traduttrice Maria Rosaria Cardona (parla cinque lingue, compreso il cinese). C’è persino il barbiere e una sala per sole donne, segno di rispetto verso le usanze di alcune etnie.
Anche la mensa è gestita dalla Misericordia, che cominciò a Crotone per volontà dei padri rosminiani insediati a Isola di Capo Rizzuto, come ci spiega il parroco, il rosminiano don Edoardo Scordio, ed è diventata un avamposto della legalità in uno dei comuni a più alta densità mafiosa della Calabria.
«Le forniture del centro, gli appalti e il personale devono avere il sigillo della Prefettura di Crotone, così da evitare qualsiasi infiltrazione mafiosa», spiega l’avvocato Francesco Verri, consulente legale della Misericordia di Isola. Non solo, ma esiste una nuova collaborazione con Libera di don Ciotti e le cooperative sociali che lavorano i terreni confiscati alla mafia.
Pasta e olio che finiscono sulla mensa dei clandestini arrivano da lì. Raccontare la storia del centro significa descrivere il suo rapporto tormentato con Crotone e i paesi vicini, a cominciare dalla frazione di Sant’Anna, invasa da questi “fantasmi” che si riversano sulla statale 106, chiamata “la statale dei clandestini”, dove giorno e notte è un continuo esodo, con episodi di prostituzione e microcriminalità.
Si racconta ancora di fughe epiche o di tentativi ai limiti del ridicolo, come quella di 25 cingalesi a bordo di cinque taxi chiamati apposta da Messina. Anni fa, i carabinieri di Sellia Marina bloccarono cinque pullman di clandestini carichi di extracomunitari arruolati dal caporalato locale per coltivare pomodori.
Ma è successo di peggio, come testimonia l’operazione “Kafila” condotta dall’allora sostituto procuratore antimafia di Catanzaro Luigi De Magistris. Trafficanti di uomini marocchini, egiziani e sudanesi avvicinavano i clandestini del centro, specialmente minorenni, con la promessa di farli evadere, per poi sequestrarli nei casolari di Sant’Anna e chiedere un riscatto alle famiglie d’origine. L’invasione dei clandestini, che nel 2008 ha raggiunto cifre da conflitto sociale, è meno pressante, ma esiste sempre.
Basta andare sulla banchina del porto, dove sono ormeggiate due vecchie navi libiche in disarmo usate per la tratta degli immigrati, soprannominate “Grand Hotel” e zeppe di profughi afghani. Li avviciniamo a tarda sera, scuotendoli dal torpore. Due di loro sbarcano a terra, l’aria provata, sperduti. Sono appena fuggiti dalla guerra, ci dicono che vorrebbero lavorare nel Nordeuropa e che domani andranno in Questura a chiedere un permesso come rifugiati.
Al centro incontriamo l’insegnante della Caritas, Rosanna Nardo, e il responsabile della Caritas di Crotone, don Giuseppe Noce. «Ci sono stati momenti difficili, con episodi che hanno messo a dura prova il carattere dei crotonesi. Ma la città ha sopportato questo peso con grande dignità, forse perché è essa stessa patria di emigranti, grazie anche all’azione culturale della Chiesa e del nostro vescovo», dice don Noce.
Lasciamo il centro e percorriamo la statale incontrando le file dei clandestini sul ciglio dello stradone. Nel cuore di Crotone la situazione è relativamente tranquilla. Ma quel vuoto molto probabilmente significa dolore e sofferenze nei luoghi di detenzione africani, al di là del Meditarraneo, come alcuni ospiti del centro e alcuni volontari assicurano, in contatto con l’altro “non luogo” delle migrazioni: la Libia.
Francesco Anfossi
famigliacristiana.it
1 commento
Sara 9 ottobre 2009 alle 07:47
Da quando ho potuto apprendere , crotone non è preparata ad accogliere extracomunitari in particolare la struttura di Carfizi dove le persone muoiono di fame e l’igiene poi ( vi consiglio di andare a visitare cosi vedete con i Vs okki ) ( terzo mondo) non so come è stata accreditatta dalla dall’ASP o dalla Regione calabria , altro che accoglienza !
sicura di un Vostro tempestivo intervento invio distinti saluti
Sara Curto
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