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Accusati di tentata estorsione, due condannati e due assolti – Pene inflitte a Domenico e Alessandro Torcasio, non ha retto il “teorema” invece per Pasquale e Vincenzo – Erano finiti in carcere nel gennaio scorso dopo intercettazioni

LAMEZIA TERME – E’ finito con due assoluzioni e due condanne, il processo a carico di quattro persone che nel gennaio scorso furono arrestate con l’accusa di tentata estorsione, con l’aggravante mafiosa, ai danni di un imprenditore lametino. Ieri il giudice dell’udienza preliminare distrettuale, Antonio Saraco, al termine degli interventi degli avvocati della difesa, ha emesso una sentenza di assoluzione nei confronti di Pasquale Torcasio, di 40 anni, e Vincenzo Torcasio, di 29 anni.

Sono stati invece ritenuti colpevoli, e quindi condannati, gli altri due imputati Domenico Torcasio, 41 anni, e Alessandro Torcasio, 22 anni.

Il primo è stato condannato a quattro anni di reclusione e ad una multa di 800mila euro, il secondo a due anni e otto mesi di reclusione.

Nell’udienza di venerdì scorso il sostituto procuratore antimafia, Gerardo Dominjanni, per competenza funzionale essendo contestata l’aggravante del metodo mafioso, e il sostituto procuratore Maria Alessandra Ruberto, che ha coordinato le indagini prima che gli atti relativi alle posizioni dei quattro Torcasio fossero inviati alla Dda, al termine della requisitoria avevano chiesto dieci anni di reclusione ciascuno per Pasquale, Vincenzo e Domenico Torcasio, e sei anni e sei mesi di reclusione per il più giovane imputato, Alessandro Torcasio.

I quattro imputati sono stati difesi dall’avvocato Francesco Gambardella.

I fratelli Pasquale e Domenico Torcasio, il loro nipote Vincenzo Torcasio, e il loro cugino Alessandro Torcasio, furono arrestati dagli uomini della Polizia di Stato del commissariato lametino e della Squadra mobile della Questura, in esecuzione di altrettanti provvedimenti di custodia cautelare in carcere emessi dal giudice per le indagini preliminari Barbara Borelli, su richiesta del sostituto procuratore della Repubblica Maria Alessandra Ruberto.

I quattro, sempre secondo la tesi dell’accusa, avrebbero tentato di estorcere del denaro ad un imprenditore lametino sulla cui identità gli inquirenti mantennero il massimo riservo, perché fu considerato determinante ai fini della operazione stessa.

Alla loro identificazione gli uomini del commissariato lametino giunsero al termine di alcune indagini avviate subito dopo alcuni atti di intimidazione commessi ai danni di diversi operatori commerciali lungo via dei Bizantini, una zona a cavallo tra le contrade Scinà-Capizzaglie.

In questo ambiente operativo gli uomini della speciale squadra di polizia giudiziaria del commissariato lametino, intercettarono, attraverso un ascolto audio visivo, la “visita” di alcune persone nell’azienda della vittima.

La stessa vittima delle richieste estorsive dopo una iniziale resistenza, messa di fronte all’evidenza delle risultanze della conversazioni intercettate, rese delle dichiarazioni accusatorie.

Il giudice delle indagini preliminari, definì quelle dichiarazioni “ben precise, circostanziate e di rilevante valore indiziario”. Le indagini andarono quindi avanti con interrogatori, riscontri ed altre attività mirate a ricostruire l’intera vicenda.

Giuseppe Natrella

Gazzetta del sud

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