MILANO – "Con lo scudo fiscale sta rientrando una valanga di denaro". Un primo punto che il dottor Gian Antonio Bellavia, perito della Procura e presidente della Commissione antiriciclaggio dei commercialisti milanesi, sottolinea con forza. "Dopodiché " dice " è impossibile capire quale sia il denaro della mafia". Sì, perché in fondo "lo scudo legalizza l’anonimato".
Ci sarebbero i correntisti che hanno nome e cognomi. Basterebbe cercarli. "Ma " precisa – se in un istituto di credito italiano cento persone hanno fatto lo scudo il direttore di filiale non sa i nomi".
Perché ogni funzionario ha il suo pacchetto e conosce solo questi. Salendo la scala gerarica tutto sfuma. Ma metti caso che qualche direttore di banca non abbia proprio la memoria così corta.
"Ci sono sempre i prestanomi " prosegue -. Se ad esempio Salvatore Morabito vuole scudare i suoi soldi non lo fa direttamente, ma usa delle teste di legno. E così noi scopriamo che il signor x che vende patate al mercato di Reggio Calabria ha scudato un milione di euro. Interrogato sul fatto dirà che lui da una vita vende patate al mercato e non ha mai fatto lo scontrino fiscale".
Una cosa però è chiara. "Questo scudo dà una grossa mano agli affari della mafia". Detto questo, la domanda è sempre la stessa. Una volta rientrato, quel denaro che fine fa? Per spiegarlo, Bellavia parte da un dato accertato: la crisi economica.
Quindi spiega: "In questo momento sono soprattutto le medie e piccole imprese a risentire della crisi. Ed è in questo settore che oggi agisce la mafia". Settore, quello del terziario, diffusissimo al nord. Non parla a caso Bellavia. Come presidente della Commissione antiriciclaggio ha il compito di ascoltare e consigliare quei commercialisti che per lavoro si trovano davanti a operazioni sospette. Ci sono imprenditori che semplicemente evadono il fisco, altri che pagando le tasse riciclano il denaro.
"I mafiosi che con lo scudo riportano i loro capitali in Italia " racconta Bellavia " non li tengono fermi, ma li investono. E oggi il campo più appetito è quello delle piccole e medie imprese".
Ecco, in sintesi, cosa succede. "Diciamo che un imprenditore si trova in difficoltà, a questo punto il mafioso o il suo colletto bianco fanno un’offerta per acquistare il pacchetto di maggioranza della società. Ottenuto il comando dell’impresa che si occupa di vernici cosa succede? Lo stesso gruppo criminale acquisterà le aziende concorrenti della zona fino a formare una sorta di multinazionale. Questo metodo ha due vantaggi: da un lato accorpando si riducono i prezzi e si ottimizza, dall’altro si ricicla il denaro".
Ovviamente, non si tratta di esempi in astratto, ma di epsisodi che oggi accadono a Milano. Ci sono nomi, cognomi, luoghi, cifre, ma non si possono dire. Quello che si può dire è che, oltre a questo sistema, ne esiste un altro.
"Si tratta degli aumenti di capitali " dice Bellavia -. Un imprenditore è in difficoltà, ha già pagato gli stipendi indebitandosi di un milione di euro e però i pagamenti dei committenti non arrivano prima di 90 giorni, nei casi degli enti pubblici i tempi si dilatano ulteriormente. Si rischia il fallimento. Ecco, allora, che si presenta un signore ben vestito dall’accento neutro, e propone di entrare in società con capitali freschi. Che fa l’imprenditore? Ovviamente accetta perché così salva la società che per lui è come un figlia".
In realtà, l’aumento di capitale è solo il primo passo per arrivare a prendersi l’impresa. Dunque, basterebbe monitorare gli aumenti di capitali.
"Assolutamente sì " dice Bellavia -, io ho già il metodo: da un lato gli elenchi Cerved su chi fa aumenti di capitali e dall’altro il database del ministero dell’Interno, ma non si farà mai perché manca la volontà politica a destra come a sinistra". (dm)
milanomafia.com
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