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Le ferite di Cosenza – Cifre da capogiro, ma di povertà. La disoccupazione balzata al 12%, un aumento della cassa integrazione del 70%, un reddito pro capite tra i più bassi della Calabria. Viaggio nella disillusione di una città che voleva essere un laboratorio. Per scoprire che i suoi mali vengono da lontano.

COSENZA – «Atene di Calabria» è chiamata per la sua lunga storia e per l’illustre tradizione culturale. Ma la fama di città colta e sapiente riecheggia meno oggi, sovrastata dalle ferite profonde che una crisi sociale senza precedenti le ha inferto. Cosenza è in ginocchio, e non può più specchiarsi come una civetta attorno al suo Ateneo, alle sue case culturali, alle sue biblioteche.

Al pari, non può crogiolarsi nell’isola pedonale di Corso Mazzini che, come un museo all’aperto, sfoggia magnifiche sculture di Manzù, De Chirico, Dalì, Sosno, Rotella, donate dal mecenate Carlo Bilotti anni addietro. Il tracollo sociale della città bruzia è palpabile.

Qui la crisi c’è e si vede più che altrove. Ha morso e continua a mordere. Miete vittime, produce drammi. Sfibra e disarticola un tessuto sociale fragile in cui l’emigrazione interna fa tuttora muovere migliaia di cosentini ogni anno, quasi 5 mila nel 2008.

Tutto questo è il frutto indigesto della privatizzazione dei servizi pubblici, della precarietà, di un’insipiente gestione della res publica, da parte di amministratori interessati più al menagement che alla collettività, dei licenziamenti a pioggia, dell’aumento vertiginoso della cassa integrazione, delle ricadute sociali dell’emergenza ambientale.

Sono i lavoratori delle cooperative sociali, gli operatori ecologici, i precari della scuola, i più colpiti dalla scure economica che di fatto li espunge dal mondo del lavoro. Così come i lavoratori della pesca, quelli del comparto chimico e della gomma plastica, i lavoratori socialmente utili e di pubblica utilità senza alcuna prospettiva di stabilizzazione.

Un campo da battaglia, un bollettino di guerra in cui i dati macroeconomici fanno impressione. La disoccupazione è balzata al 12%, il reddito pro capite è di 14 mila euro – il più basso in Calabria – il ricorso alla cassa integrazione è aumentato in un anno del 70%. E, ancora, 15 mila posti di lavoro persi al Maggio 2009 e altrettanti sono i lavoratori a rischio a Cosenza e provincia. Infine, oltre 2 mila i lavoratori in trattamento di sostegno al reddito.

Ed erano davvero in tanti i lavoratori delle aziende in crisi di Cosenza e della sua provincia, unitamente ad altre delegazioni calabresi, a manifestare in piazza a Roma il 2 novembre scorso. Per rappresentare al distratto governo nazionale la drammaticità della situazione occupazionale, economica e sociale del territorio.

La città e la biblioteca dei ragazzi

«I servizi non si toccano, il lavoro si difende», si legge in un volantino che i 40 lavoratori dei servizi educativi hanno stampato per esprimere tutto il proprio dissenso sulla scelta del Comune di Cosenza di non tutelarli a sufficienza. La Città e la Biblioteca dei Ragazzi, a breve, passeranno a nuova gestione.

Così come previsto dalla legge regionale sulla cooperazione sociale sono state avviate le trattative sindacali con la società che si è aggiudicata la gara d’appalto per la gestione di entrambe le strutture. E le premesse sono sconfortanti. Saranno tagliati il 75 % dei posti di lavoro e, conseguentemente, saranno penalizzate le attività educative svolte sino ad ora, che passeranno da 40 ore settimanali a 25. Da qui lo stato d’agitazione degli operatori. Che hanno occupato nei giorni scorsi il Palazzo del Comune e che sono decisi e determinati ad andare avanti nelle loro rivendicazioni.

Beniamino è uno di loro. Vede il suo futuro occupazionale a rischio, appeso a un filo. E punta il dito contro l’amministrazione comunale (una giunta di centrosinistra a guida Pd). «Ogni giorno tanti si dicono preoccupati, del mio, del nostro futuro – ci dice – Tutti a tirarci da una parte o dall’altra. Ma in realtà il nostro futuro interessa a pochi e ancor meno i nostri sgangherati e traballanti posti di lavoro. Hanno ridotto Cosenza ad una Cinecittà, ad una fabbrica di cartone, una città virtuale in cui le esistenze reali delle persone non contano nulla.

Nessuna attenzione concreta ci è stata data dall’amministrazione comunale. Le rassicurazioni sul mantenimento dei livelli occupazionali e dei parametri di qualità dei servizi erano solo chiacchiere perché la realtà era tutt’altra. A partire dalla pubblicazione di un bando di gara ambiguo in molti suoi punti, fino ad arrivare all’approvazione di un progetto di gestione in cui prende corpo ormai definitivamente un disegno politico volto ad indebolire i servizi, a svuotarli di contenuti fino a sopprimerli o trasformarli definitivamente».

Era un fiore all’occhiello di Cosenza, la Città e la Biblioteca dei Ragazzi. All’avanguardia in ambito pedagogico ed educativo, un centro di sperimentazione e di accrescimento di tutto rispetto. Miopi scelte amministrative rischiano di ridimensionarla.

Vallecrati, le «tute gialle» sul tetto

La lotta combattuta in «quota», odierna forma di espressione del conflitto sociale che i lavoratori sono costretti ad attuare per ottenere attenzione nella difesa del posto di lavoro. E Cosenza, paradigma della gigantesca crisi sociale in Calabria, non poteva di certo sottrarsi.

E così decine di lavoratori del Vallecrati, il consorzio di salvaguardia ambientale a partecipazione mista che si occupa del ciclo dei rifiuti nei 44 comuni della provincia cosentina, si sono asserragliati per settimane sul tetto del Palazzo della Provincia.

E’ una partita difficile quella dei lavoratori del Vallecrati. Che rischiano maledettamente di pagare il prezzo più alto di una gestione dissennata del ciclo dei rifiuti. Sono in 400, guadagnano meno di mille euro e la maggior parte di loro ha famiglie a carico e mutui da pagare.

Lavorano da anni in condizioni precarie, le mascherine non ci sono, i guanti e le buste riescono ad averli con estrema difficoltà, i mezzi sono del tutto inadeguati. Sulla società pende un’istanza di fallimento su cui si pronuncerà il Tribunale di Cosenza. E lo spettro di perdere il lavoro si fa sempre più concreto.

A monte c’è la gestione commissariale dello smaltimento dei rifiuti urbani e la spinosa questione delle società miste. Vallecrati è una di queste. Una società mista pubblico-privato composta da 44 comuni che detengono il 51% e da 4 soci privati che hanno il restante 49%.

I comuni, Cosenza e Rende in testa, si sono indebitate nel corso degli anni in modo esorbitante verso il Vallecrati, aggravando inesorabilmente il bilancio societario che ha un passivo di 16 milioni di euro. I soci privati si sono ben guardati dal ricapitalizzare. D’altronde, da un eventuale fallimento, a guadagnarci sarebbero loro, gli imprenditori privati dei rifiuti, che potrebbero così spartirsi le appetitose fette di mercato della raccolta urbana.

In questi palleggi di responsabilità tra sindaci e privati, in questa brutta storia di saccheggio di fondi pubblici per fini privati, in questa triste vicenda di potentati politici che hanno ingrassato «la gallina» Vallecrati per poi sgozzarla, il rischio che a rimetterci siano i lavoratori è dietro l’angolo.

La vera questione è, dunque, presto detta: chi restituirà il lavoro o, almeno, il reddito a queste centinaia di persone che per anni hanno spazzato i resti, ripulito le strade, di giorno e di notte, senza che nessuno se ne preoccupasse?

La crisi della pesca

Nella Calabria dei veleni, le prime vittime dei mari ammorbati sono loro, i pescatori. Specie quelli del Tirreno cosentino, il lembo di mare più colpito dall’emergenza tossica e radioattiva. Il settore della pesca subisce da mesi un forte calo delle vendite e il fermo di molte imbarcazioni per via dell’allarme scattato intorno al ritrovamento delle «navi a perdere».

La riduzione delle vendite è senza precedenti: arriva a toccare punte del 70% in alcune zone. La filiera ittica è l’anello più colpito dai timori e dalle paure generalizzate. La Calabria non mangia più il suo pesce. Troppi indizi, verificati o da verificare, fanno presumere che il Tirreno sia avvelenato. Ed è per questo che le marinerie del Tirreno cosentino invocano la mappatura del rischio e la bonifica di tutti i litorali.

E, ancora, l’attivazione dell’osservatorio economico e biologico, la predisposizione di analisi chimiche e una campagna di informazione per dare certezze ai consumatori sulla sicurezza alimentare dei prodotti ittici. Il controllo sanitario quotidiano del pescato nei mari del Tirreno, che ne certifichi la perfetta salubrità, potrebbe, dunque, garantire il prosieguo dell’attività lavorativa dei pescatori e rassicurare i consumatori sulla qualità del prodotto ittico. Fino ad allora né i calabresi mangeranno il loro pesce, né i pescatori butteranno a mare le loro reti.

L’emergenza Piano Lago

L’area industriale di Piano Lago, a sud di Cosenza, si è sviluppata a partire dagli ’70 e ha rappresentato un polo economico di rilievo per un’area arretrata e scarsamente sviluppata come quella cosentina. Le aziende più importanti sono state la Polti Sud, che ha delocalizzato in Cina nel 2006 lasciando senza lavoro oltre 200 operai e la Dne, azienda informatica dove operavano 70 lavoratori che ha chiuso i battenti nel 2003.

Oggi nell’area industriale resta in piedi solo il settore della gomma plastica concentrato intorno al nucleo storico del gruppo Alfagomma. Giuseppe Tiano è il giovane segretario dei chimici cosentini in Cgil. E’ lui a snocciolarci i dati drammatici sulla crisi che investe il distretto industriale.

«Nel settore della gomma plastica operano circa 500 lavoratori e, a causa della crisi, si è già registrato il mancato rinnovo di 150 contratti a tempo determinato. L’area rischia la definitiva desertificazione industriale, qualora gli ammortizzatori sociali già attivati non dovessero risultare sufficienti a superare l’attuale fase di contrazione degli ordinativi».

Per quanto concerne il gruppo Alfagomma, l’azienda ha aperto la procedura di messa in mobilità di 100 lavoratori e l’attivazione della Cigs per le restanti maestranze.

«Il comprensorio cosentino non può più accettare – sottolinea Tiano – ulteriori ridimensionamenti aziendali o eventuali chiusure di stabilimenti. Occorre, viceversa, rilanciare il settore attraverso investimenti in nuove tecnologie, puntando alla riqualificazione e formazione del personale legando a ciò il coinvolgimento e responsabilizzazione delle istituzioni locali».

Cosenza è, dunque, una città in crisi che si lecca le ferite e prova a ripartire. Ad iniziare dal 28 novembre quando le sue strade saranno invase da migliaia di lavoratori in occasione della manifestazione nazionale per il Mezzogiorno promossa dalla Cgil. Non a caso nel capoluogo bruzio.

Silvio Messinetti

ilmanifesto.it

1 commento

  1. gio 28 novembre 2009 alle 16:08

    e volevano staccarsi dalla calabria per fare la regione bruzia!!!!!!

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