CATANZARO – Il Tribunale di Catanzaro ha assolto il presunto boss della ‘ndrangheta di Gioia Tauro Carmine Gerace, di 59 anni, ed altre otto persone, accusate, a vario titolo di associazione mafiosa, e violenza privata, estorsione, truffa e incendio, tutti reati aggravati dalle modalità mafiose, nei confronti della baronessa Maria Giuseppina Cordopatri, divenuta testimone di giustizia dopo averli denunciati.
Il processo si è celebrato a Catanzaro dopo il trasferimento per legittima suspicione da quello di Palmi. Gli imputati erano accusati di avere costretto, a metà degli anni ’90, la baronessa Cordopatri a cedere alcuni fondi ad un prezzo inferiore a quello di mercato dopo una serie di intimidazione consistite, tra l’altro, nel taglio e nell’incendio di piante di ulivi e nel furto di mezzi e macchinari.
Il Tribunale, accogliendo la richiesta del pm distrettuale di Catanzaro, Sergio Boninsegna, ha assolto gli imputati, "perché il fatto non sussiste", dal reato di associazione mafiosa e, "per non avere commesso", dall’accusa di violenza privata.
Quest’ultimo reato, per alcuni imputati, è stato derubricato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni e dichiarato estinto per intervenuta prescrizione per i fatti successivi a febbraio 1995. Dalle accuse di estorsione e violenza privata relative a fatti commessi nel 1996, gli imputati sono stati assolti perché il fatto non sussiste e per i fatti successivi al ’96 due sono stati assolti per non aver commesso il fatto e per gli altri è stato dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione essendo stato derubricato il reato in esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
"Oggi a Catanzaro è stata sconfitta la giustizia e non la testimone di giustizia Maria Giuseppina Cordopatri che continua la sua battaglia per la legalità". A sostenerlo è stata la stessa Cordopatri, commentando la sentenza del Tribunale che ha assolto le persone da lei accusate di una serie di reati commessi a Gioia Tauro (Reggio Calabria).
"Oggi – ha aggiunto – al tribunale penale di Catanzaro il collegio giudicante presieduto dal dott. Antonio Rizzuti, facendo proprie le richieste del pm Boninsegna e delle difese degli imputati, già condannati per mafia, ha emesso un dispositivo che di fatto assolve l’intero clan Gerace-Raso.
Un confuso, accidentato, ma significativo iter processuale ha portato ad una sentenza di primo grado che ha ignorato persino i risultati delle poderose e lunghe attività investigative, neppure riversate nel fascicolo del dibattimento. In questo modo é stato azzerato il lavoro di Procure e di investigatori che hanno svolto con onestà e rispetto della legalità le loro funzioni. È chiaro che altri gradi di giudizio potranno ristabilire la verità dei fatti processuali".
Il Giornale di Calabria
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