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Ddl Lazzati, sì di tutti i gruppi della Camera – Passa in Commissione Giustizia il divieto per i sorvegliati speciali di fare propaganda elettorale

LAMEZIA TERME – Nella segreteria politica di un pezzo da novanta viene individuata dalla Digos una vecchia conoscenza delle procure antimafia. È un sorvegliato speciale che fa opera di convinzione sugli elettori, naturalmente a modo suo. Lui non può votare, perché la misura antimafia non glielo permette, però può convincere. Col sostegno del politico influente anche una persona in odore di mafia può diventare una fabbrica del consenso.

Può capitare, ma finora le forze dell’ordine hanno le mani legate. Non possono far nulla, neanche limitarsi a segnalare quella presenza invadente perché non serve.

Nessuna legge vieta all’affiliato mafioso, vero o presunto, di frequentare personaggi politici e magari di portargli dei lauti pacchetti di consensi. Generalmente sporchi. Così si fa spazio il voto inquinato che ha portato allo scioglimento di tanti consigli comunali, in Calabria, Sicilia, nel Sud e non solo.

Le cose cambierebbero se dovesse passare la proposta Lazzati. Perché non solo scatta la segnalazione nei riguardi del sorvegliato speciale intraprendente, ma decade la candidatura del politico, ed anche l’elezione.

Ecco perché è una legge che fa tanto paura ai politici, perché troppo spesso nella bagarre elettorale proprio loro non sanno chi entra ed esce dalle segreterie, non riescono ad avere esatta contezza di chi raccoglie voti, dove, e con quale metodo.

Molte volte si bada solo ad accumulare consensi, e quanto più ce ne sono, quanto più ne arrivano favorevoli, tanto più la barca va a gonfie vele e si può guadagnare o conservare l’ambito scranno in un’assemblea elettiva.

Il disegno di legge Lazzati ha passato l’esame in commissione Giustizia dopo una lunga gestazione cominciata, per la verità, con alcune difficoltà. Nonostante a presentarlo siano stati deputati d’ogni colore (Pdl, Pd, Udc e Idv) erano state sollevate perplessità soprattutto sui pericoli che potrebbe comportare verso un politico che si rovina la carriera se un sorvegliato che puzza di mafia s’infiltra nella sua segreteria a sua insaputa.

Ma qualcun altro ha risposto, sempre in commissione, che il politico deve avere il diritto-dovere, oltre che l’intelligenza e l’onestà, di sapere chi cerca voti per suo conto, come li raccoglie e soprattutto dove li trova. Insomma, se i voti sono per lui e servono solo alla sua elezione, il politico dev’essere pienamente responsabile del “suo” consenso.

«Questo è un modo efficace per rompere l’intreccio tra mafia e politica», ha dichiarato De Grazia promuovendo la sua proposta.

Il ddl non solo passa dalla commissione Giustizia con voto unanime, ma va direttamente al Senato. Tutto questo in sede deliberante, un percorso abbreviato che consente di non transitare dalle aule parlamentari. Un modo per accorciare i tempi dell’approvazione, e fare in modo che diventi legge prima della prossima scadenza elettorale: le amministrative di primavera.

Sarà perché Gaspare Spatuzza sta spargendo veleni, o perché la maggioranza di centrodestra viene troppo spesso additata come quella che non fa granchè contro la mafia, fatto sta che adesso come mai in precedenza le forze di governo si stanno schierando a favore della proposta nata 16 anni fa in una stanza nel cuore di Lamezia, tra le case del centro storico dove tanti omicidi e tante connivenze si sono consumate tra politica e mafia.

Ad elaborare i tre articoli della proposta legislativa è stato un magistrato, Romano De Grazia, da qualche anno in pensione dopo avere servito lo Stato per una quarantina d’anni facendo gavetta nelle preture e finendo la sua carriera da presidente di Cassazione.

Vinicio Leonetti

Gazzetta del sud

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