COSENZA – Morti senza pace. La nuova inchiesta sul “Papa Giovanni” riparte da una serie di tombe senza nome. Sul cemento a vista che ricopre una ventina di loculi compaiono una piccola croce oppure una minuscola lettera “V”. La croce testimonia la presenza d’una salma, la lettera il contrario. La “V” infatti significa “vuoto”.
Il cimitero di Serra d’Aiello sorge a cento metri dall’istituto “Papa Giovanni XXIII”. E una piccola rampa di scale ne consente l’accesso. All’interno non c’è nulla che lasci pensare a delitti, misteri e scambi di cadavere. Le ore scorrono lentamente e gli spazi riservati ai deceduti sono sorvegliati da un custode annoiato e, forse, pure irritato dalla costante ingerenza di curiosi e giornalisti.
Il procuratore di Paola, Bruno Giordano, ha spedito nei mesi scorsi fin quaggiù i carabinieri per compiere degli accertamenti legati alla complicatissima inchiesta avviata per far luce sulla scomparsa di dodici pazienti. Dodici degenti svaniti nel nulla in poco più di quindici anni dalla casa di cura gestita da una fondazione della Chiesa.
Una casa di cura finita nel vortice d’una bufera giudiziaria per colpa del suo amministratore, mons. Alfredo Luberto. Il sacerdote, ora sospeso a divinis, si sarebbe appropriato nel corso degli anni d’ingenti somme di denaro poi investiste (almeno in parte) per acquistare lussusosi beni e un appartamento. E proprio indagando sulle peripezie finanziarie del “monsignore” i magistrati inquirenti si sono imbattuti nelle singolari storie dei disabili psichici incredibilmente spariti.
Dagli archivi dei comandi di polizia e carabinieri sono stati perciò tirati fuori i fascicoli impolverati contenenti le denunce sporte dai familiari dei malati al tempo delle scomparse.
È stato stilato un elenco di persone e sono stati contattati i congiunti per essere interrogati. Tra le sparizioni oggetto d’indagine ci sono quelle di: Bruno Zucco, avvenuta il 28 settembre 1996; Pietro Bassano, registrata il 21 maggio ’97; Domenico Pino, avvenuta il 2 giugno 2001; Pietro Tiano, denunciata il 23 luglio 2002; e di Salvatore Tommaso, registrata il 23 settembre 2008.
Il prossimo tre febbraio le bare contenute in una settantina di loculi del cimitero, nei quali sono sepolti non si sa quanti cadaveri di degenti dell’istituto di assistenza Papa Giovanni XXIII, saranno aperte per prelevare campioni di ossa o di midollo che saranno poi inviati ai carabinieri del Ris di Messina per sottoporli al test del dna per giungere all’identificazione dei resti.
L’obiettivo è chiaro: verificare se in quei loculi possa essere stato sepolto qualcuno degli scomparsi.
«I loculi che saranno aperti " ha detto il procuratore Giordano che insieme al pm Roberta Carotenuto coordina l’inchiesta " sono una settantina, ma visto quello che abbiamo scoperto l’estate scorsa non possiamo dire quanti siano i cadaveri contenuti.
Nella gestione del Papa Giovanni ci sono zone d’ombra anche per quanto riguarda la conduzione amministrativa dei decessi. Vorremmo cercare anche di verificare se tutti i decessi sono stati denunciati con le modalità ed i tempi giusti, ma la situazione dei registri è disarmante per come sono tenuti».
I resti saranno prelevati dai tecnici dell’Istituto di medicina legale di Catanzaro che per tutta la durata dell’operazione, prevista in una settimana circa, stazioneranno in un terreno adiacente al camposanto grazie alle tende messe a disposizione dai vigili del fuoco.
«Non mi prefiguro grandi risultati " ha aggiunto Giordano " ma un’indagine di tale complessità, che copre un arco di tempo di una ventina d’anni, deve essere condotta a tappeto. Non vogliamo lasciare niente di intentato».
La decisione di estrarre i resti dalle bare per comparare il dna con i familiari degli scomparsi è stata presa dopo che una prima verifica parziale ha portato alla scoperta di quattro bare in due loculi. «Ciò " ha detto Giordano " è il segnale di un certo modo di gestire il rapporto con i decessi che c’era nell’Istituto. Quantomeno ci sono aperte violazioni delle disposizioni di polizia mortuaria».
A complicare il lavoro degli investigatori, c’è anche il fatto sul registro del cimitero, i morti sono segnati con la loro identità ma viene indicato genericamente solo il settore in cui sono sepolti. Il Papa Giovanni, per disposizione della Procura di Paola, è stato chiuso nel marzo dello scorso anno ed i degenti trasferiti in altre strutture. Nell’ottobre scorso, inoltre, l’ex sacerdote don Alfredo Luberto, ex presidente dell’Istituto, è stato condannato a sette anni di reclusione nell’ambito del troncone di inchiesta sulle irregolarità nella gestione.
Ma torniamo ai loculi anonimi. Il fondatore del “Papa Giovanni”, mons. Sesti Osseo, comperò a suo tempo nel cimitero di Serra d’Aiello due blocchi di loculi da destinare ai pazienti. Le persone decedute nel corso degli anni all’interno dell’istituto rimaste senza l’assistenza di parenti, sono state perciò sepolte nel camposanto del paesino cosentino dietro una lapide in cemento su cui è stata disegnata una semplice croce.
Accanto neppure la data di decesso, né le generalità. Una procedura davvero irrituale. Gli altri spazi assegnati al “Papa Giovanni” rimasti però vuoti in attesa dell’arrivo di altre salme, sarebbero stati invece murati per impedire che qualcuno se ne impadronisse senza averne diritto. Pure questo a dir poco singolare…
Il procuratore Bruno Giordano ha inizialmente ipotizzato, in relazione alla sparizione dei dodici degenti, un possibile traffico di organi. Nel senso che i pazienti scomparsi potevano essere stati rapiti, uccisi ed i loro organi venduti. La pista investigativa non ha però poi trovato oggettivo riscontro.
La fantomatica organizzazione dedita a questo genere di crimini avrebbe dovuto infatti disporre di una equipe medica pronta a prelevare l’organo del morto ed a consegnarlo entro un’ora dall’espianto ad un’altra equipe in grado immediatamente di reimpiantarlo su un malato già pronto e in attesa. Uno scenario obiettivamente inverosimile…
Arcangelo Badolati
Gazzetta del sud
Nessun commento
Commenta su Calabria Notizie
Devi fare il log in per commentare.