5 febbraio, 2010
Montagne di soldi dietro la tratta di indiani – I racconti delle vittime del turpe commercio hanno integrato le rivelazioni del testimone di giustizia
REGGIO CALABRIA – Fine settimana difficile per la sezione gip-gup. Il calendario degli interrogatori di garanzia dei 56 arrestati nell’ambito della maxi-operazione “Leone”, condotta mercoledi contro un’organizzazione che favoriva e sfruttava l’immigrazione clandestina, deve fare in conti con l’odierna giornata di sciopero del personale di cancelleria. E nella giornata della protesta contro la mancata riqualificazione del comparto giustizia, per evitare ritardi e rinvii nel calendario degli interrogatori, sono stati precettati due cancellieri che affiancheranno i giudici Gianluca Sarandrea e Domenico Santoro impegnati a sentire le persone raggiunte dall’ordinanza di custodia cautelare.
Per Sarandrea e Santoro il lavoro è cominciato ieri nel carcere di via San Pietro con i primi undici interrogatori. I due giudici proseguiranno stamane e, contemporaneamente, nel carcere di Palmi sarà impegnato il gip Paolo Ramondino a sentire per rogatoria gli indagati che vi si trovano detenuti. Altri interrogatori sono in programma nel carcere messinese di Gazzi e in quello di Catanzaro. Domani, a comparire per l’interrogatorio di garanzia davanti a un giudice, saranno gli indagati che si trovano nel carcere di Locri.
In questo fine settimana verranno sentiti tutti gli arrestati, compresi i detenuti negli istituti penitenziari di Siena e Cuneo.
Tra gli interrogatori in programma oggi c’è quello di Vincenzo Spizzica, veterinario, di Fossato Jonico, consigliere comunale di maggioranza a Montebello, eletto in quota all’Udc lo scorso giugno nella lista guidata dall’attuale sindaco Antonio Guarna.
A Spizzica, coinvolto nell’inchiesta insieme con il figlio che risulta indagato (il provvedimento di custodia cautelare ha interessato solo il padre), il testimone di giustizia Saverio Foti ha attribuito un ruolo importante nel contesto delle attività dell’organizzazione nata da una sinergia operativa tra indiani e italiani.
Decisive si sono rilevate le collaborazioni di numerose vittime del perverso meccanismo costruito per sfruttare centinaia e centinaria di poveri diavoli disposti a vendersi i pochi beni a disposizione pur di avere un’occasione per lasciare il paese d’origine e andare in cerca di fortuna.
Il viaggio della speranza, però, si trasformava sistematicamente in un incubo senza fine. Il malcapitato finiva sotto una montagna di guai anche perchè la regolarità della permanenza nel nostro paese era come un miraggio che spariva all’improvviso.
Sul fronte degli stranieri, a tirare le fila dell’attività c’era il trio composto da Sher Singh, Surinder Singh e Varinder Kumar. Quanto fosse importante il ruolo rivestito da Sher Singh lo dimostra la circostanza che gli investigatori si sono ispirati al suo nome di battesimo, che si traduce in Leone, per dare il nome all’operazione. Sher Singh e Surinder Singh erano i promotori e organizzatori dell’associazione mentre Varinder Kumar era in posizione immediatamente subordinata ed era, praticamente, il braccio destro di Sher.
A lui erano demandati i compiti di individuare e mantenere contatti con persone, sia in India che in Italia, incaricate di procacciare cittadini indiani e pakistani interessati ad entrare nel territorio italiano; decidere le tariffe da richiedere ai migranti per tale traffico e curare le modalità di pagamento; gestire l’arrivo dei connazionali in Italia e curarne il trasferimento in Calabria; ricercare datori di lavoro italiani compiacenti e organizzare le modalità di richiesta dei nulla osta.
E, inoltre, sempre a Varinder Kumar era affidato il compito di affittare appartamenti per fornire i riferimenti domiciliari nelle richieste di nulla osta; gestire la compravendita dei nulla-osta già rilasciati, previa contraffazione dei dati anagrafici contenuti sugli stessi; costituire un punto di riferimento costante per i connazionali in Italia allo scopo di far giungere parenti, dispensare consigli e suggerimenti, nonchè per dirimere conflitti e cercare soluzioni nel caso di mancato pagamento delle somme dovute.
L’organizzazione pretendeva somme che variavano da 10 a 18 mila euro per fornire la documentazione necessaria per giungere in Italia, il biglietto aereo, l’arrivo a destinazione e la collocazione. Basta provare a fare qualche calcolo moltiplicando le tariffe base per centinaia di volte e vien fuori una montagna di soldi che non poteva rimanere fuori dagli interessi della ‘ndrangheta.
Secondo gli investigatori della squadra mobile Antonino Iamonte e Guido Brusaferri, esponenti delle ‘ndrine Iamonte di Melito Porto Salvo e Cordì di Locri, si erano assicurati una quota.
A svelare il traffico, indicando ruoli e responsabilità dei protagonisti, è stato l’imprenditore Saverio Foti nelle dichiarazioni rese al sostituto procuratore della Dda Antonio De Bernardo che, insieme con il collega Marco Colamonici, ha condotto l’inchiesta sfociata nell’operazione “Leone”.
La ricostruzione è stata completata con le dichiarazioni dei cittadini stranieri finiti nelle grinfie dell’organizzazione, di persone che si sono trovate senza lavoro, senza documenti e con la prospettiva di dover pagare le somme concordate con chi aveva assicurato la possibilità di cambiare vita.
Paolo Toscano
Gazzetta del sud
categorie: Notizie Reggio Calabria
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