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Bomba Procura Generale: quando le collusioni diventano collisioni. Il peccato originale di Reggio e dei suoi salotti viene a galla

REGGIO CALABRIA – “Se hanno messo una bomba davanti alla Procura Generale vuol dire che era un messaggio per la Procura Generale altrimenti la mettevano davanti la Corte d’Appello o in Tribunale”. Nicola Gratteri, magistrato che conosce bene le dinamiche della ‘ndrangheta a Reggio Calabria, risponde alle domande di Fabio Fazio che lo ha ospitato nella puntata domenicale di “Che Tempo che fa” su Rai3.

“Non facciamo di tutto quello che sta accadendo un’insalata” – ha detto Gratteri quando Fazio gli ha ricordato l’attentato in Procura Generale e l’auto “che praticamente era un’arsenale” ritrovata il giorno della visita di Napolitano – “però è certo che la risposta deve essere adeguata. Altrimenti rischiamo grosso”.

“Non serve dire siamo uniti e compatti. Sono solo chiacchiere. Bisogna dare una risposta molto precisa a quanto accaduto”.

Gratteri inarca il sopracciglio e guarda lo schermo. Sembra dire qualcosa a qualcuno.

E lo fa mentre da ambienti investigativi, nonostante indagini che si svolgono nella massima riservatezza ed a ritmo serrato, trapelano alcune indiscrezioni che se confermate aprirebbero lo scenario più inquietante che si potesse immaginare nelle ore immediatamente successive al gesto che ha scosso l’opinione pubblica nazionale.

Salvatore Di Landro, il nuovo Procuratore Generale, avrebbe fatto saltare un ingranaggio che alcuni “principi del foro” hanno negli anni messo a punto e lubrificato con frequentazioni “nobilissime” nei salotti buoni della Città dello Stretto.

Troppe volte magistrati in prima linea hanno denunciato l’assottigliamento delle distanze tra chi difende gli imputati e chi li porta alla sbarra davanti ad un Giudice che, sulla carta, dovrebbe avere tre caratteristiche. Essere terzo, disinteressato e rispondere solo alla legge.

Lo disse, in tempi non molto lontani, Salvatore Boemi – il pm di “Olimpia” – e lo ripeté prima di concludere la propria carriera anche Luigi De Magistris.

Entrambi hanno lasciato la toga. Entrambi con la stessa amarezza.

La contiguità tra i diversi settori del grande comparto della Giustizia. Avvocati brillanti e rispettati che conoscono fin troppo bene il carattere, talvolta qualcosa di più, dei magistrati più “anziani” di ciascun distretto. I circoli, i club service, i ristoranti, i teatri, le logge massoniche. Con l’appartenenza ostentata negli uffici o in blindatissimi studi legali. Che sbriciolano quelle barriere ideali che gli sguardi più ingenui ritengono esistere ed essere insormontabili.

La distanza che separa guardie e ladri.

Le stesse di cui parla l’inviato speciale del SOLE 24 ORE Roberto Galullo che ha un blog intitolato proprio così. “Guardie e Ladri”.

Anche Galullo accenna all’inconfessabile verità che potrebbe venire fuori come una melma maleodorante che rischia di gettare un’ombra scurissima su una parte del lavoro di magistrati del distretto.

Mutare carriere e reputazioni di persone considerate incorruttibili e impavide.

“Forse la bomba a Reggio ha avuto anche il compito di avvertire almeno tre-persone-tre (di cui molti sanno i nomi, i cognomi e persino i soprannomi) che negli uffici giudiziari vivono e lavorano. Lavorano, magari, non al servizio della Giustizia.”

Scrive Galullo che affonda la penna “Conosco i nomi, i cognomi e i soprannomi di queste persone considerate da molti "ambigue". Li conoscono anche coloro che potrebbero intervenire per rimuoverli. Ma non per spostarle da un ufficio all’altro (è già successo) ma per denunciarle e perseguirle. Le prove sono li, sotto gli occhi di tutti”.

Ora, in un Paese che vorrebbe almeno fingere, con una grande prova recitativa, di essere serio, le parole, chiare, chiarissime, di Galullo rappresenterebbero una "notitia criminis" su fatti che tutti, giustamente, si sono presi la briga di giudicare "gravissimi".

Non in Italia, non in Calabria.

Gli scorsi giorni, presso gli uffici della Procura Generale, quelli colpiti dalla bomba del 3 gennaio, sono stati assai intensi: ispettori ministeriali hanno ascoltato i magistrati, hanno chiesto e ottenuto fascicoli e hanno passato al setaccio le storie giudiziarie degli ultimi anni.

Voci di corridoio raccontano di un Procuratore Generale, Salvatore Di Landro, assai deciso su un cambiamento di strategia nella gestione di un ufficio che, negli ultimi anni, aveva vissuto un periodo di serio appannamento.

I riscontri forniti da Di Landro agli ispettori del Ministero della Giustizia sarebbero assai duri e indirizzati verso determinate direzioni.

Insomma, qualcosa di strano potrebbe essere avvenuto. Se gli ispettori del Guardasigilli Alfano sono giunti in riva allo Stretto è perché, evidentemente, potrebbero esserci, come scrive anche Galullo, strane commistioni.

C’è una storia che vale la pena raccontare.

E’ l’operazione “Rosarno è nostra 2″, a svelarla. L’operazione ha consentito alla Squadra Mobile di Renato Cortese di stringere le manette ai polsi di alcuni affiliati alla cosca Bellocco di Rosarno, nei giorni in cui la piana era sotto i riflettori per la rivolta degli schiavi nordafricani, un avvocato molto noto, Armando Veneto, secondo le ipotesi investigative, consigliava ai suoi clienti quando presentare le istanze di scarcerazione perché a conoscenza – secondo la Procura – della “linea di pensiero” di alcuni presidenti di Sezione; così anche dietro la Procura Generale si nasconderebbe la garanzia di “benevolenza” di un avvocato al suo cliente condannato all’ergastolo.

Potrebbe essere un esempio eloquente rispetto alla gestione, evidentemente distorta, della Giustizia, messa in atto da alcuni soggetti.

Meccanismi strani, lo abbiamo detto. Il nuovo Procuratore Generale Salvatore Di Landro, venuto a conoscenza di alcune circostanze poco chiare, avrebbe spezzato tali meccanismi decidendo di scombinare le turnazioni di tutti i sostituti.

Scompaginando così i piani di chi potrebbe addirittura speso, senza titolo, un’amicizia illustre per raggiungere obiettivi che nessuno si sarebbe mai sognato di assecondare, se lo avesse saputo o capito.

Cambia il PG e durante le udienze la musica cambia.

Così viene armata la mano di chi di dovere, manovalanza al servizio di quelle cosche di ‘ndrangheta dotate dell’autorevolezza per compiere un gesto simile. Quelle cosche i cui rampolli non vivono certo lontano dagli stessi circoli frequentati da buoni e cattivi nello stesso tempo.

E il botto fuori dalla Procura diventa un segnale. Un segnale con due soli significati possibili.

Per Salvatore Di Landro, perché capisca che questa “turnazione” non è buona.

Per chi potrebbe aver tradito il proprio giuramento. Perché – come scrive Galullo – le cosche vogliono “ricordargli che devono trovare una soluzione. Altrimenti…”

Una mazzata colossale contro la crescente fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura e delle Istituzioni in generale attorno alle quali, in tanti, hanno cominciato a fare quadrato.

Una dimostrazione che le cosche penetrano in ogni palazzo. E che venisse anche il Presidente della Repubblica, le strade sono le loro.

Ad un mese dalle elezioni regionali, un avvertimento chiaro.

E però la bomba del 3 gennaio potrebbe essere, paradossalmente, catartica. Non è escluso che altre ispezioni ministeriali possano interessare, ancora, gli uffici della Procura Generale, ma, secondo indiscrezioni, il materiale raccolto fin qui dagli inviati di Alfano sarebbe tutt’altro che lusinghiero sull’operato di alcuni operatori dell’ufficio.

E la conseguenza sarebbe inevitabile: i trasferimenti immediati dei soggetti interessati.

di Antonino Monteleone e Claudio Cordova

strill.it

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