8 febbraio, 2010
La relazione Dna su Reggio Calabria, capitale di una regione che sta per celebrare il suo funerale
Nel giro di qualche giorno alcuni figli di lurida cagna hanno pensato bene di intimorire in Calabria l’attività di alcune persone che ho la fortuna di conoscere e di stimare. Prima il sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, poi il capo della Procura di Lamezia Terme, Salvatore Vitello, e infine il giornalista di Reggio Calabria Antonino Monteleone. Senza dimenticare le minacce al candidato Governatore per l’Idv Pippo Callipo, che conosco da tanto tempo.
Quando sono sceso a Reggio per il Sole-24 Ore per seguire prima le vicende della bomba in Procura e poi degli incidenti a Rosarno, mi sono visto e sentito spesso con Lombardo. Abbiamo parlato di molte cose, la maggior parte delle quali afferiscono alla sfera delle nostre professioni. Insieme abbiamo condiviso la preoccupazione per una città che considero “morta” e inebriata da melliflue e inutili ondate di sterile giovinezza.
Una città in cui – come ho documentato con un’inchiesta pubblicata sul Sole e che ha suscitato non poco scalpore (ma ovviamente non a Reggio) – le cosche si inseriscono in tutti (e dico tutti) gli appalti. E’ una città socialmente morta. Una città che ho raccontato anche in un post scritto qui il 10 gennaio.
GLI UFFICI DELLA PROCURA DI REGGIO
Lombardo è stato raggiunto da minacce di morte ma, ci siamo chiesti quando l’ho sentito per fargli sentire la vicinanza di chi si impegna con i fatti e non con le chiacchiere, che cosa sperano di ottenere le cosche con queste minacce. La risposta è: niente. Lo zero assoluto.
L’ennesimo autogol di qualche figlio di cagna al soldo dei quaquaraqua delle cosche reggine che hanno perso la bussola, soprattutto nel momento in cui, come per primo ho scritto sul Sole-24 Ore e poi su questo blog (si vedano qui i miei post del 10 e 16 gennaio), forse la bomba a Reggio ha avuto anche il compito di avvertire almeno tre-persone-tre (di cui molti sanno i nomi, i cognomi e persino i soprannomi) che negli uffici giudiziari vivono e lavorano. Lavorano, magari, non al servizio della Giustizia.
Tre persone che, con l’arrivo del nuovo capo Salvatore Di Landro e della sua nuova organizzazione in tutti gli uffici e per tutto il personale, si troveranno magari spiazzati nell’assecondare i bisogni delle cosche. E le cosche li richiamano all’ordine per ricordargli che devono trovare una soluzione. Altrimenti…
Conosco i nomi, i cognomi e i soprannomi di queste persone considerate da molti “ambigue”. Li conoscono anche coloro che potrebbero intervenire per rimuoverli. Ma non per spostarle da un ufficio all’altro (è già successo) ma per denunciarle e perseguirle. Le prove sono li, sotto gli occhi di tutti, basta sfogliare gli atti giudiziari.
robertogalullo.blog.ilsole24ore.com
categorie: cronaca
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