REGGIO CALABRIA – Nino Siclari è un uomo rinato. La sentenza della Corte d’assise d’appello gli ha fatto riacquistare la serenità che aveva perduto cinque mesi fa. Dal giorno in cui qualcuno aveva lanciato nei suoi confronti l’accusa infamante di essere stato la talpa della banda protagonista del tentativo di rapina del furgone portavalori culminato nell’assassinio di Gigi Rende.
Un’accusa pesante come un macigno. Un’ombra tremenda che la decisione emessa mercoledì dai giudici ha finalmente allontanato: «Ho vissuto cinque mesi da incubo, un autentico inferno " racconta " perchè essere accusato di essere stato complice degli assassini del tuo migliore amico ha avuto un effetto devastante. Per me Gigi non era solo un compagno di lavoro. Era qualcosa di più, un fratello, una persona speciale con cui avevo un rapporto straordinario. Per capirci, con lui “ndi spartiumo u sonnu” veramente».
Lo spartiacque nella vita dell’allora trentaduenne guardia giurata della Sicurtransport Nino Siclari viene sconvolta dagli avvenimenti del 1 agosto 2007 in via Ecce Homo. Di colpo cambia tutto. La tragica fine di Gigi è una mazzata che lo tramortisce. Uno choc senza limiti che lo blocca e lo fa rimanere lontano dal lavoro per mesi.
Il rientro in servizio sembrava l’inizio di un lento ritorno a una normalità che, comunque, non sarebbe più stata come prima per la mancanza dell’amico e compagno di lavoro. A fornire una ragione di più per andare avanti in casa di Nino Siclari il 13 novembre scorso c’era stato un lieto evento.
La moglie Tiziana aveva messo al mondo la secondogenita Ilenia. Una gioia che si sarebbe prolungata per chissà quanto se, dopo qualche giorno, non fosse arrivata la batosta: «Avevo accompagnato la primogenita, Chiara, a scuola. Il tempo di lasciarla all’ingresso delle elementari, avevo preso il giornale e data un’occhiata in cronaca avevo scoperto che ero stato accusato di essere stato complice dei banditi che avevano ucciso Gigi Rende».
In quel momento il vigilante ha avuto l’impressione che il mondo gli stesse crollando addosso: «Ho provato un dolore indescrivibile " racconta mentre gli occhi diventano lucidi " avevo il cuore a pezzi. Sono tornato a casa e ho parlato con mia moglie. Lei ha cercato di tranquillizzarmi ma io ero così arrabbiato che avrei spaccato il mondo».
Siclari non aveva perso tempo. Era andato da un avvocato e aveva presentato querela contro l’imputato che l’aveva accusato e gli altri complici, come Giovanbattista Familiari e Giuseppe Papalia che avevano confermato il tutto fornendo particolari, come la fornitura di un numero di cellulare sul quale lui avrebbe dovuto dare il via libera in occasione della rapina.
«Mio padre mi ha insegnato " continua Siclari " che non bisogna avere paura se non si è fatto del male. Pur avendo la coscienza pulita io non riuscivo a stare tranquillo. Per me da quel dannato giorno di novembre è iniziato il conto alla rovescia».
Un’attesa che si è conclusa con la decisione dei giudici della Corte d’assise d’appello che, con la conferma della condanna degli assassini, ad Angela Rende ha fatto dire che «giustizia è stata fatta».
La vedova dell’eroico Gigi ha anche avuto belle parole per Nino Siclari concludendo con un eloquente «mai creduto che fosse una talpa».
Il racconto dell’odissea durata cinque mesi viene interrotto continuamente dagli squilli del telefonino. Chiamano la moglie Angela e Pietro, un compagno di lavoro che lo sollecita a raggiungerlo. Ligio al dovere, Nino Siclari non vuole perdere tempo ma la sua voglia di mettere finalmente le cose in chiaro e gridare al mondo che lui non c’entra nulla con la morte di Gigi Rende è troppo forte.
Ripensando all’amico perduto sfoglia il libro dei ricordi: «Ci siamo conosciuti nel 2000 " racconta " quando Iui era stato appena assunto. Io lavoravo alla Sicurtransport già dal 1998. Ma è stato nel 2006 che abbiamo cominciato a fare coppia fissa. Com’era Gigi? Un ragazzo d’oro, uno che amava la vita ed era legatissimo alla moglie, alla figlioletta Sharon, ai fratelli, alla mamma e al papà».
Il loro legame andava oltre gli impegni di lavoro: «Avevamo in comune " aggiunge il vigilante " la passione per la pesca subacquea e quando avevamo l’occasione facevano delle escursioni tra Pellaro e Bocale, oppure a Saline Joniche. Ci vedevamo con le famiglie, trascorrevamo il fine settimana insieme. Quante volte è capitato che quando finiva di lavorare veniva a casa mia e portava Sharon a giocare con mia figlia».
È facile parlare bene di chi ormai non c’è più ma per Gigi Rende diventa doveroso: «Lui amava il lavoro che facevamo " prosegue Siclari ", l’aveva scelto e gli piaceva. Sempre presente, disponibile con tutti e generoso».
Quella generosità che la mattina del 1 agosto del 2007 all’esterno dell’ufficio postale di via Ecce Homo l’ha portato a sfidare il fuoco dei banditi: «Io ero sceso dal blindato " racconta Siclari e la voce si fa roca ", avevo aperto la cassa delle poste per mettere dentro la sovvenzione. Mentre stavo tornando verso Luigi sono uscite tre persone dal furgone Doblò parcheggiato davanti. Ho avuto il tempo di abbassarmi e ho sentito sparare».
Lo sguardo del vigilante sembra perso nel vuoto quando ricorda le fasi fatali per il povero Gigi: «Lui ha sparato colpendo i banditi. Non ha chiuso lo sportello per non lasciarmi isolato all’esterno. Se avesse chiuso lo sportello del blindato forse…..».
Ma ormai non serve più pensare a come sarebbe andata se fosse successo o meno qualcosa. L’unico dato certo è che quelle mattina è tutto cambiato: «La mia vita è cambiata " confessa Siclari " vedere un ragazzo di 31 anni morire in quel modo è l’esperienza più brutta che mi potesse mai capitare. Partendo dal presupposto che non si può sacrificare una vita umana per dei soldi mi chiedo se si può ammazzare un ragazzo per 128 mila euro. Tanti erano i soldi che stavano trasportando quella mattina. Credo che se i banditi fossero stati a conoscenza di questo particolare avrebbero evitato d’infangarmi e di dire che c’era una talpa».
Nino Siclari si congeda e ritorna a casa. La decisione della Corte d’assise d’appello gli ha fatto riacquistare quella serenità che era completamente mancata per cinque lunghi mesi. Lui era in aula quando il presidente Pasquale Ippolito ha letto il dispositivo: «Con la sentenza " conclude " è venuta fuori la verità, è venuto fuori che io non c’entravo nulla con chi ha gettato solo fango sulla mia persona. Un atto di giustizia nei confronti di Gigi, della sua famiglia, e di quanti gli hanno sempre voluto bene».
Paolo Toscano
Gazzetta del sud
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