9 marzo, 2010
Processo Cerberus, parla Salvatore Barbaro – Durante l’udienza finale del processo Cerberus, il presunto boss di Buccinasco ha reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici.
MILANO – Ma quale famiglia mafiosa, quale associazione a delinquere, “la mia unica famiglia sono mia moglie e i miei tre figli”. Il resto è lavoro. Solo lavoro. Quello del movimento terra “per il quale io ci ho una passione”. Roba che per farla “basta avere la terza media come scrivono i giornali, ma bisogna anche averci una certa precisione”. Salvatore Barbaro, classe ‘74 da Locri, una vita passata sulle rive del Naviglio grande di Buccinasco, appare sicuro, pur nella sgrammaticura del discorso.
Al processo contro la ‘ndrangheta milanese oggi si attendeva la requisitoria finale della dottoressa Alessandra Dolci, sono arrivate, invece, le dichiarazioni spontanee di Salvatore Barbaro, presunto principe nero dell’edilizia milanese, accusato di aver raccolto il testimone dal suocero, quel Rocco Papalia, manager della ‘ndrangheta oggi in carcere.
Maglioncino color crema, jeans e scarpe da tennis, Salvatore esce dal gabbione con lo sguardo sicuro. Un’occhiata alla moglie Serafina Papalia e alla mamma Elisabetta Morabito, quindi si accomoda davanti al microfono. Con calma appoggia gli occhiali tondi sul tavolo. Un ultimo giro di sguardi a papà e fratello come lui imputati di mafia e quindi prende a parlare, ripercorrendo i suoi esordi nel campo del movimento terra.
“Era il 1997 – racconta – , in quell’anno ho iniziato con il mio primo camion”. Solo il tempo di qualche lavoretto e poi una condanna definitiva. “Roba vecchia del 1994”. Robetta di droga. Sei anni a Opera e “poi nel 2001, quando esco, mi metto a lavorare con Maurizio Luraghi”. Salvatore apre una ditta individuale. “Ma volevo lavorare da solo perché sul lavoro – lo sottolinea più volte – non sono mai andato d’accordo con mio padre e mio fratello”.
E così il piccolo principe della ‘ndrangheta, almeno stando alle accuse del pm, si prende il suo primo appalto in via Idiomi a Buccinasco. “Lo presi direttamente dall’impresa Saico. Luraghi mi disse: ‘Ora arrangiati’”. Va detto che lo stesso Luraghi oggi è imputato nello stesso processo. Accusato di associazione mafiosa, il pm lo ritiene il paravento legale dietro al quale per anni si sono mossi gli uomini delle cosche.
Luraghi però smentisce e in questi mesi ha sempre rilanciato la tesi di essere vittima di “questi signori”. A riprova “i camion bruciati, il tritolo trovato e le telefonate anonime che ancora oggi riceviamo in casa”. E poi ci sono quei “sovrapprezzi che dovevo pagare a Barbaro”. Per una cifra totale che in pochi anni avrebbe sfiorato il tetto del milione di euro.
Sul punto, il giovane Salvatore interviene in maniera secca: “Non è vero, Luraghi non mi ha mai pagato un sovrapprezzo. Quando abbiamo lavorato insieme entrambi abbiamo guadagnato”. Il presunto boss si riferisce alla grande speculazione edilizia di via Guido Rossa a Buccinasco. “Dopodiché signor giudice, se Luraghi si mette a fare tutto questo piagnucolio è perché vuole tirarsi fuori da questa situazione”.
Subito dopo attacca a parlare dei Girasoli di Sergio Coraglia. Sorride al microfono e si scusa: “Volevo tenere un ordine logico”. Evidentemente l’emozione. “Per i Girasoli – dice – ho lavorato in quattro, cinque cantieri”. Via Parea e via Cusago i più importanti. “Ma io non conoscevo Coraglia”. Di più: “Ho scoperto la Girasoli vedendo le televendite che fa di sera su Telelombardia”.
Qualcosa però non torna. Ci si chiede: perché mai Barbaro che non conosce Coraglia di persona si spende giù in Calabria per tirarlo fuori da un guaio? Domanda lecita, almeno leggendo le intercettazioni. Ripercorriamole brevemente. Salvatore Barbaro parla di “questo dei Girasoli” proprio con Maurizio Luraghi.
Racconta: “Gli ho detto (a Coraglia, ndr) A me, qualsiasi cosa mi chiamate, che io mi vendo un organo e ve lo dò a voi”. E infatti: “Quelli a Reggio volevano staccargli la testa, perché quattro soci gli hanno dato soldi che erano di una delle famiglie che avevano fatto la guerra lì a Reggio”. Ma Salvatore si mette in mezzo. “Io gli detto: A lui lo dovete lasciare stare, mi dovete fare il favore. Perché a Reggio per duecento milioni si ammazzano come i cani, si mangiano le persone”.
Salvatore, però, non è stupido e sa che su tutta questa faccenda pesano i precedenti della storica inchiesta Nord-sud dove proprio suo suocero, Rocco Papalia, ha un ruolo decisivo. “Ma quelli della Nord-sud sono solo pregiudizi. Io, signor giudice, non conosco nessuno di quella inchiesta, né ho familiari implicati”. Solo quel Rocco Papalia che assieme ai fratelli Domenico e Antonio, ha giostrato gli affari mafiosi al Nord per quasi vent’anni.
Queste però sono dichiarazioni spontanee senza contraddittorio. Barbaro prosegue. La voce resta ferma. I gesti delle mani accompagnano discorsi logici e sensati. Salvatore Barbaro, lo ripetiamo, non è affatto uno stupido. C’è da raccontare l’episodio del cantiere di Garbagnate, quando Luraghi si trova a dover gestire 30 camion senza sapere chi li abbia mandati. Per avere delucidazioni contatta direttamente Pasquale Barbaro, detto u zangrei, considerato il referente della ‘ndrangheta per tutto il nord Italia, almeno fino alla sua morte avvenuta nel 2008.
Per i magistrati questo episodio è la dimostrazione di come oggi la mafia calabrese gestisca in totale monopolio il settore del movimento terra. Salvatore Barbaro oggi, invece, racconta di “aver mandato solo tre camion e non certo 36”. In coda alle dichiarazioni ecco, poi, spuntare i rapporti con il comune di Buccinasco, allora governato da un giunta di centrosinistra e dal sindaco Maurizio Carbonera.
Al centro i lavori del parco Spina verde. “Io lì ho lavorato solo su una parte, perché me lo disse Bicocchi quello della Green System. Dall’altra parte c’erano i camion di Quadrio”. Capita, però, che Bicochhi venga stoppato dal comune. “Per questo sono andato da Carbonera. C’era anche l’architetto Fregoni. Sono stati molto gentili”.
Dopodiché “con loro vado a vedere i lavori, mi fanno anche i complimenti e mi propongono di fare anche il resto”. Ma a questo punto Salvatore Barbaro rifiuta. “Da quella volta non ho più lavorato con il Comune”.
(dm)
milanomafia.com
categorie: cronaca
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