LOCRI – Le indagini per l’omicidio di Salvatore Cordì, avvenuto a Siderno il 31 maggio 2005, vennero indirizzate sul clan Cataldo dopo l’ascolto dell’intercettazione captata sull’utenza cellulare in uso a Domenico Zucco, nel corso di un monitoraggio contro la cosca per un traffico di sostanze stupefacenti. In particolare, dopo aver ascoltato il contenuto al progressivo 659, del pomeriggio del giorno del delitto, gli agenti del commissariato di polizia di Siderno hanno individuato un rumore e un grido di donna che hanno associato al momento dell’omicidio Cordì.
Il particolare è stato sottolineato davanti alla Corte d’assise di Locri dal vicequestore Rocco Romeo, all’epoca dirigente del commissariato di Siderno, il quale ha riferito di aver proceduto all’ascolto della registrazione il 2 giugno e di aver immediatamente informato i diretti superiori e i magistrati inquirenti.
Il dirigente, su domande del pm Antonio De Bernardo, ha collocato l’omicidio nel contesto della contrapposizione tra i Cataldo ed i Cordì di Locri: «Mi sono insediato pochi mesi prima dell’omicidio, gli agenti che allora coordinavo mi hanno sottolineato il possibile collegamento con l’assassinio di Giuseppe Cataldo, avvenuto qualche mese prima, tanto che, dopo aver sentito l’intercettazione del cellulare di Zucco le indagini hanno seguito la pista della faida».
Il vicequestore ha ricordato che quel pomeriggio si trovava a circa 50 metri dal luogo del delitto: «Stavamo investigando sull’omicidio di Gianluca Congiusta, avvenuto la settimana prima sempre a Siderno, e mi trovavo al negozio che il giovane gestiva sul corso della Repubblica, quando ho ricevuto una telefonata che mi informava del crimine, vicino a dove mi trovavo, anche se non ho udito i colpi. Siamo accorsi subito ed ho sentito un testimone oculare, il signor Alvaro " ha proseguito il teste " il quale ci ha riferito di un commando composto da due killer scappati su una moto».
Il teste ha riferito che, tra i soggetti di interesse operativo che la sera di quel 31 maggio, sono stati convocati in commissariato Michele Curciarello e poi il nipote Antonio Martino, oggi imputati quali presunti autori materiali: “Mentre Curciarello stava effettuando lo stub un mio agente mi ha fatto notare la presenza di Martino davanti alla nostra sede: abbiamo proceduto anche per lui ad effettuare i prelievi sulle mani e sui vestiti». Il particolare di Martino è stato rilevato a seguito delle domande poste dall’avv. Salvatore Staiano, difensore di entrambi gli imputati.
Altro particolare emerso nel controesame dell’avv. Cosimo Albanese, difensore di Michele Curciarello, è stato la mancanza di elementi concreti che possano collegare il proprio assistito alle lettere inviate dal carcere da Tommaso Costa a Giuseppe Curciarello.
Per quanto riguarda la posizione di Antonio Panetta, ritenuto uno degli organizzatori, gli avvocati Pino Mammoliti e Luca Maio hanno rilevato che per il teste il proprio assistito era soggetto avulso dal contesto mafioso, anche se il vicequestore Romeo ha specificato che all’epoca un parente dell’imputato era attenzionato dal personale del commissariato.
L’avv. Mammoliti è più volte tornato sull’ascolto dell’intercettazione captata sul cellulare di Zucco, per sottolineare che l’ascolto del tentativo di chiamata del pomeriggio del giorno dell’omicidio è stato sentito dal dirigente di polizia due giorni dopo e non la sera stessa del 31 maggio 2005, come riferito in precedenza da un altro teste.
Nel corso dell’udienza è stato escusso anche il dott. Massimo Rizzo, medico legale, che ha confermato che ad uccidere Salvatore Cordì è stato un colpo di fucile, probabilmente sparato dal basso verso l’alto.
Il processo riprenderà l’otto aprile.
Rocco Muscari
Gazzetta del sud
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