CROTONE – Guardare finalmente all’emigrazione non più con sofferenza, smettere di piangersi addosso come meridionali rimuginando sullo strappo e sulla dolorosa ferita che ha arrecato, per finire stritolati puntualmente dalla stessa nostalgia, ma provare a leggerla come una ricchezza. Un atteggiamento mentale nuovo che, di conseguenza, mette nella condizione di poter guardare con ottimismo e lucidità anche l’immigrazione, come quella di chi scappa dai teatri di guerra e dalla fame e arriva sulle coste calabresi in cerca di una nuova vita.
È questa la sfida coraggiosa che propone lo scrittore Carmine Abate nella sua ultima fatica letteraria, uscito martedì 9 marzo: ‘Vivere per addizione e altri viaggi’ (Piccola biblioteca Oscar Mondadori. Pag 160, 9,00 euro).
Un libro che auspica un atteggiamento culturale nuovo nei confronti della propria condizione di meridionali emigranti e più in generale di italiani con difficoltà occupazionali, purtroppo ancora attuale; e di quella altrui, degli stranieri che arrivano da lontano, suggerendone l’incontro costruttivo, proprio come in un puzzle dal quale, alla fine, compare un’immagine bellissima.
Un auspicio chiaramente sintetizzato nello stesso titolo, ‘Vivere per addizione’. "È un invito – commenta lo stesso scrittore – a non scegliere più tra Nord e Sud, ma a prendere il meglio di ogni luogo. Mai rinunciare alle proprie radici, all’identità di calabresi, ma non sentirsi per questo ostili, stranieri nei confronti degli altri luoghi in cui si dà il proprio contributo da lavoratori. Quindi curare anche quelle radici nuove che ci spuntano sotto i piedi in tutte le realtà in cui viviamo".
‘Vivere per addizione’ si compone di 18 racconti, che Abate ha scritto negli ultimi 15 anni, ma che ha messo insieme dandogli la compattezza di un romanzo, quello che racconta una storia speciale, perché è la sua.
È la narrazione di un’emigrazione intellettuale, proprio come quella dell’autore che, così come tanti giovani meridionali di oggi, dopo la laurea è stato costretto a partire; una storia scandita da continue partenze e ritorni, nel corso dei quali si assiste al mutamento dei luoghi e a quello più intimo e personale, perché così come le esperienze che intanto si vivono fuori dalla Calabria portano ad essere persone diverse, contemporaneamente anche la terra natia cambia, si spopola dei suoi abitanti e assume contorni multietnici.
Il libro, infatti, ha molto di autobiografico, ma Abate ci tiene a precisarlo, "l’obiettivo non è raccontare le mie vicende personali, si tratta piuttosto, di racconti corali nei quali in tanti possono ritrovarsi in un’epoca particolarmente contraddistinta dalla mobilità e nella quale valori come l’accoglienza e il rispetto delle diversità sono esigenze prioritarie per costruire una convivenza pacifica".
Partendo da spunti autobiografici, quindi, Abate ha dato al suo romanzo un respiro molto attuale e universale, attraverso il quale spera di contribuire alla costruzione di un profondo senso civico europeo.
I ricordi dell’infanzia a Carfizzi e a Crotone, i momenti delle partenze e dei ritorni, l’arrivo ad Amburgo, dove lavorava il padre, a 17 anni, le vicende di quel piccolo paesino che si spopola per l’emigrazione e nel quale ora arrivano gli immigrati dall’Africa e dall’Asia, il racconto delle loro tristi storie dalle quali tentano di scappare, l’integrazione con i giovani del paese, l’impatto del loro arrivo.
Abate ha raccolto i commenti della sua gente, ha raccontato con gli occhi del suo piccolo paese arberesche la solitudine e l’incontro con la diversità. Le storie dei racconti, però, sebbene partano da spunti reali e concreti, servono soprattutto come stimolo per riflettere su questioni universali, come la legalità, l’uguaglianza tra gli uomini.
"Sono solo tasselli di una grande storia, che non è la mia, ma la nostra storia". Del resto Abate ne è convinto: "la letteratura deve servire a svelare le ferite individuali e collettive e può illudersi di contribuire a rimarginarle".
Per questo scrivere queste cose per Abate è stato come un’esigenza, "soprattutto dopo i tragici fatti di Rosarno che hanno restituito un’immagine cupa e preoccupante della Calabria – ha sostenuto – ho sentito il dovere di raccontare un altro tipo di accoglienza, quella più umana e solidale, che storicamente ci ha sempre contraddistinti e che continua ad essere confermata dalla buona integrazione degli stranieri nella mia Hora, che in questo romanzo è più realisticamente Carfizzi".
E per far incontrare la realtà con la questione della legalità Abate ha scritto qualcosa che riguarda da vicino proprio Crotone: il racconto ‘Le parole non costano niente’ riporta a riflettere sulla vicenda EuroParadiso, che la città interpretò come una grande occasione, ma che finì per suscitare gli interessi delle cosche locali innescando una faida, senza che il progetto arrivasse mai ad essere realizzato.
Nell’epilogo, infatti, ci sono solo dei personaggi indagati. "Ritengo questo racconto – ha spiegato Abate – uno dei più importanti del libro perché mi sembra l’emblema del Sud, una ‘chimera’, qualcosa che fa immaginare ciò che non c’è. Qualcosa a cui ci si aggrappa ad ogni costo per poter sperare in una svolta, ma resta solo un’illusione".
Angela De Lorenzo
ilcrotonese.it
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