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Operazione Mistero/Faida di Locri, storia di inestricabili rancori – I Cataldo, alleati storici degli Ursino, la scatenarono contro i Cordì col triplice omicidio di piazza Mercato

ROCCELLA (RC) – Con l’inchiesta sfociata nell’operazione “Mistero”, i Carabinieri ritengono di aver fatto piena luce sull’omicidio di Pasquale Simari. Il presunto esecutore materiale del delitto è stato individuato in Tommaso Costa, vertice dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta. A lui il provvedimento è stato notificato in carcere. Con lui sono stati arrestati anche Antonio Ursino, Marcello Zavaglia, Cosimo Salvatore Panaia, Giuseppe Versaci e Giuseppe Lastella, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, traffico di droga e altro.

L’omicidio Simari, secondo gli inquirenti, aveva come sfondo la feroce contrapposizione tra le cosche Cataldo e Cordì protagoniste di una delle faide più feroci della ‘ndrangheta calabrese. Uno scontro che parte da lontano.

È nella terra ancora impregnata di grecità e miti dell’antichità che scoppia una delle faide più sanguinose del Novecento. Nell’antica e nobile Locri si contendono la leadership mafiosa due famiglie rimaste in pace per un quarto di secolo. Nulla riesce a fermare la furia omicida, neppure l’impegno continuo e coraggioso del vescovo Giancarlo Maria Bregantini che tenta con ogni mezzo di fermare le fazioni in lotta, di evitare lutti e spargimenti di sangue.

Il 4 luglio del 1993 la tregua armata tra le famiglie Cordì e Cataldo " che andava avanti da circa 25 anni ossia dalla cosiddetta strage di piazza Mercato, datata 23 giugno 1967, nella quale furono assassinate tre persone tra cui il boss Domenico Cordì " si interrompe, a Locri, col tentato omicidio (una bomba dentro l’auto scagliata da un motoclista) di Giuseppe “Pepè” Cataldo, classe 1938, capo storico dell’omonimo clan ed elemento di spicco della ndrangheta calabrese, alleato ed amico dei capi di Cosa Nostra e della Camorra. È l’inizio della faida, nonostante il boss Cataldo finisca in carcere a seguito delle pesanti accuse rivoltegli da alcuni pentiti.

A distanza, infatti, di meno di un anno dalla mancata uccisione del “capobastone”, a Locri, sotto una tempesta di piombo, cade, il 19 aprile del ’94, Graziano Paciullo, che carabinieri e polizia indicano come uno dei fedelissimi del boss Cataldo. A febbraio del ’95 tocca ad un altro “cataldiano”, Damiano Zucco. Nell’agguato mortale viene anche ucciso l’incolpevole giovane locrese Giuseppe Caserta, un ragazzo che si guadagnava da vivere scaricando dai camion cassette di frutta.

Il tiro si alza ulteriormente agli inizi di marzo del 1996 con il duplice tentato omicidio di Vittorio Parrotta e Lorenzo Spilinga. Parrotta, cognato di uno dei Cataldo, sopravvive poco più di un anno: nel settembre del ’97 un killer dalla mira infallibile lo uccide con un colpo di fucile di precisione. Un anno prima, a luglio del ’96, era stato freddato Antonio Iemma, 52 anni, cognato del boss e capo dell’omonima consorteria, Giuseppe Cataldo. Tra l’estate e l’autunno del ’97 vengono assassinati Giuseppe Ursino e Pietro Dotto.

Per evitare l’annientamento i Cataldo reagiscono e alzano il tiro. A farne le spese è il capo della cosca avversa, Cosimo Cordì, 46 anni. L’agguato mortale avviene il 13 ottobre del 1997 alla periferia nord di Locri mentre il boss, lungo la Statale 106, si trova in sella alla sua bicicletta “scortato” dal nipote Salvatore Cordì, classe 1951, che rimane ferito (verrà, poi, ucciso a Siderno otto anni dopo, in un altro agguato).

La risposta è immediata, appena cinque ore: ad essere ucciso è Giuseppe Calimero, 55 anni. Dopo 48 ore un altro omicidio: si tratta del custode della sala mortuaria dell’ospedale locrese, l’incensurato Salvatore Zucco, 49 anni.

Lo scontro diventa inarrestabile tant’è che il 18 ottobre viene ferito gravemente Domenico Cataldo, 62 anni, fratello di Giuseppe. A distanza di appena 48 ore tocca ad Aurelio Staltari, 34 anni, originario di Canolo, ma residente a Locri, ferito in modo grave. La lista dei morti si allunga a distanza di tre mesi, il 14 gennaio del 1998, con l’uccisione di Vincenzo Cataldo, 52 anni, anch’egli fratello del leader del gruppo locrese, Giuseppe.

A un mese di distanza (13 febbraio) ad essere assassinato è Agostino Dieni, 65 anni, titolare di un negozio di calzature e pelletterie di Locri. Passano 5 giorni e muore Maurizio Schirripa, di 34 anni.

Dopo due anni circa, nell’autunno del 2000, cadono uccisi l’incensurato Bruno Ursino, 21 anni, nipote di Giuseppe Ursino ucciso tre anni prima a Locri, e Pietro Caccamo, 43 anni, di Siderno. Il 30 agosto del 2001, invece, ad essere assassinato è il ventunenne Pietro Mina. Dopo una pausa di qualche anno lo scontro armato riprende a metà febbraio del 2005: ad essere ucciso a Locri, davanti all’uscio di casa, è il sorvegliato speciale Giuseppe Cataldo, 37 anni, nipote dell’omonimo boss.

La feroce risposta arriva il 31 maggio del 2005 quando due killer armati di lupara crivellano di pallettoni, in pieno centro a Siderno, Salvatore Cordì, 51 anni, figlio di Domenico, ucciso nel ’67 nella cosiddetta “strage di piazza Mercato e nipote dei numeri uno dell’omonimo clan Cosimo Cordì (ucciso il 13 ottobre del ’97) e Antonio Cordì “u Ragiuneri”, 64 anni, deceduto nell’estate del 2007 per via di un male incurabile.

Antonello Lupis

Gazzetta del sud

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