LAMEZIA TERME – Doveva essere un teste chiave del processo, ma è stato colto da malore e l’udienza di ieri è stata rinviata a venerdì prossimo. Si tratta del processo a sei persone coinvolte in un presunto giro di usura ed estorsioni nell’ambito dell’operazione “Rainbow”, ma alcuni cavilli nella fase iniziale dell’udienza sollevati dagli avvocati difensori hanno provocato una reazione probabilmente emotiva nel testimone che s’è improvvisamente sentito male in tribunale. E non s’è presentato in aula per essere ascoltato dal collegio di giudici presieduto da Giuseppe Spadaro, affiancato da Carmine De Rose e Adele Foresta.
È accaduto tutto ieri pomeriggio nell’aula penale del tribunale lametino durante una delle tante udienze del processo “Rainbow” che vede tra i banchi degli imputati Angelo Torcasio, 26 anni, Luigi Stranges, 60 anni, e Carlo Stranges, 35 anni, (entrambi difesi dagli avvocati Francesco Balsamo e Leopoldo Marchese), Saverio Antonio Stranges, 40 anni, (difeso dagli avvocati Domenico Luciano Sinopoli e Leopoldo Marchese), Vincenzo Perri, 34 anni, (difeso dall’avvocato Paolo Mascaro), e Francesco Muraca 52 anni, (difeso dagli avvocati Giuseppe De Marco e Aldo Ferraro).
In aula doveva arrivare una delle vittime del giro usuraio. Un operatore commerciale della provincia di Vibo Valentia che per l’accusa rappresenta un testimone importante. Si tratterebbe di una vittima che, a fini della sua incolumità, aveva chiesto di essere ascoltato in aula dietro un paravento, per garantire la sua privacy per evitare di essere riconosciuto. Ma ieri alcuni difensori, gli avvocati Marchese, Sinopoli e Balsamo si sono opposti contro l’adozione di queste precauzioni perché, hanno spiegato, non ci sono i presupposti.
Per la difesa, in sostanza, il testimone non doveva temere nulla dal suo interrogatorio. In aula era stato predisposto un separè per evitare che il testimone F.R., ristoratore vibonese, venisse visto giacchè l’udienza è pubblica. Una tesi alla quale si è opposta l’accusa, sostenuta in aula dal pubblico ministero Luigi Maffia, che ha chiesto al collegio giudicante che il teste venisse ascoltato con delle adeguate misure di sicurezza.
La richiesta della difesa è stata accolta dai giudici che dopo una breve camera di consiglio sono ritornati in aula rigettando l’istanza del pubblico ministero: nessun paravento per il testimone. Il collegio presieduto da Spadaro ha pure respinto un’altra richiesta dell’accusa sull’adozione di misure di sicurezza riguardanti il testimone e sull’acquisizione agli atti processuali di alcune dichiarazioni rese dallo stesso testimone e riportate nelle sommarie informazioni.
Spadaro ha pure motivato il rigetto dell’istanza del Pm: la veste di persona offesa non rientra nel novero delle posizione analizzate dal legislatore, cioè il ristoratore vibonese non è un collaboratore di giustizia. Da qui l’invito del presidente al testimone a comparire in aula immediatamente. Ma al carabiniere mandato a prenderlo il testimone ha detto di stare molto male.
Il tribunale ha disposto di chiamare un’equipe del 118. I medici arrivati a palazzo di giustizia hanno constatato il precario stato di salute del teste, comunicandolo ai giudici. A quel punto il presidente ha differito alla prossima udienza di venerdì prossimo l’interrogatorio del testimone.
Gli investigatori nel redigere gli atti che determinarono il processo “Rainbow” scrissero che F.R., nonostante «costretto a cercare un nascondiglio per se ed il proprio nucleo familiare lontano da una normale vita sociale, ha comunque identificato i suoi usurai». Sottoposto «a notevole pressione anche estorsiva compiuta dai profittatori che si recavano presso il suo ristorante minacciandolo a mano armata affinché pagasse loro interessi su interessi, lo costringevano a ritirarsi dal commercio».
Usurai, scrissero gli investigatori che «per altro, come emerge nitidamente dalle indagini nel loro insieme, incutono un inesauribile timore perché è innegabile che in Calabria sapere che taluni individui siano appartenenti o affiliati a famiglie battezzate in società con l’epiteto di mafiose, è una realtà oggettiva che non fa stare sereni».
Giuseppe Natrella
Gazzetta del sud
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