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Applausi alla mafia: una riflessione

Alcuni giorni fa gli applausi a Giovanni Tegano, storico latitante di ‘ndrangheta: al momento dell’uscita dalla caserma, in manette e circondato dalle forze dell’ordine, ha potuto ascoltare le urla a suo favore di un nutrito gruppo di cittadini (fra i quali alcuni bambini) e l’invocazione di una donna che lo ha apostrofato come "uomo di pace". Oggi, informa il sito di Repubblica Palermo, nuovi applausi. Stavolta a Porto Empedocle per Salvatore Messina, "fratello del superlatitante Gerladino".

"Era rientrato a Porto Empedocle " si legge " per incontrare la moglie e il figlio… per sole tre ore, grazie a un permesso straordinario… il mafioso ergastolano è accolto dall’applauso di una folla, di almeno una trentina di persone, che si è radunata sotto casa per attenderlo".

Eravamo abituati alla manifestazione opposta: le grida e le incitazioni per gli uomini dei Ros e della polizia che catturavano Riina e Provenzano (per fare due esempi), i presidi delle associazioni contro le mafie a favore di altre operazioni eccellenti di uomini dello Stato.

E’ il caso di fermarsi a riflettere per capire se qualcosa che non ci si aspettava (e cosa) è successo nel frattempo? Il questore di Reggio Calabria dopo l’episodio di Tegano si è detto scandalizzato, parlando sbigottito nell’immediatezza del fatto. Il ministro Alfano la sera stessa ha sentito l’esigenza di rilasciare un’intervista al Tg1 per ribadire che "a fronte dei pochi che hanno acclamato il mafioso, ci sono milioni di italiani che esultano per la sua cattura".

Provare a capire, azzardare qualche ipotesi, non è cosa semplice. A partire dalla considerazione che nella società dello spettacolo sono sufficienti una telecamera a inquadratura stretta e un buon microfono per trasformare una trentina di persone in una folla, un gruppo di parenti e amici in una nutrita rappresentanza della società reggina. Anche se non è così.

Ma, tanto basta a creare un clima nel Paese, tant’è che persino un ministro della Repubblica si trova costretto a "rettificare" il sentimento popolare pressoché in presa diretta. Gli esponenti dei clan, che sono tutt’altro che stupidi, lo hanno capito e si potrebbe azzardare che d’ora in poi questa loro uscite in pubblico si moltiplicheranno. Ci sono già alcuni precedenti eclatanti a farlo sospettare. Ad esempio la squadra dell’Akragas col lutto al braccio dopo la morte di un boss.

E allora? Quali anticorpi sarà capace di mobilitare la società politica, civile e televisiva italiana, se la cosiddetta Mafia Spa pian piano dovesse scegliere di svelarsi sotto i riflettori nei suoi aspetti meno cruenti e odiosi " quei morti innocenti e le troppe persone ammazzate rispetto alle quali, ci informano ormai da molti anni, s’è decisa una strategia di pax apparente per fare meglio gli affari? Vediamo un po’.

Basta avere studiato un po’ la storia della criminalità organizzata in Italia, avere seguito gli sviluppi di indagini recenti, per sapere che le mafie hanno una lunga tradizione nell’uso di tecniche di depistaggio culturale rispetto alla vera natura dell’azione che svolgono. Tendenti per lo più a rappresentare i picciotti come persone giuste, di pace appunto, e ricoprendo di vergogna e di disonore chiunque, una volta schieratosi contro, sia incappato in "un’ammazzatina". Che, lo spiegava Leonardo Sciascia fra i primi, era comunque e sempre "affare di corna". Per non parlare di chi veniva rappresentato come un terrorista e un drogato (Peppino Impastato), o di coloro sui quali venivano lanciati infamanti sospetti di essere pervertiti sessualmente o addirittura membri loro stessi della mafia e per questo finiti in un gioco di vendette incrociate (don Puglisi).

E’ un’analisi sulla superficie del fenomeno, questa, sulla sua rappresentazione mediatica, ma potrebbe diventare la prossima emergenza degli anni venire. Perché se è vero " come ci informa Attilio Bolzoni " che quella definizione, "uomo di pace", per Tegano ci rimanda alla constatazione che i fucili tacciono, in Calabria, quando lo decidono loro, gli ‘ndranghetisti (e quindi lo Stato non è in grado di controllare pezzi di territorio nazionale); se è vero che buona parte di "Gomorra" parte dalla constatazione che la camorra rappresenta innanzi tutto un sistema economico che funziona, rispetto al quale chi sgarra viene isolato e "sterilizzato" nella capacità di provvedere al sostentamento proprio e della propria famiglia (e quindi l’economia legale è, in alcune province, semplicemente inadeguata); ebbene, se tutto ciò torna, nell’odierna società dello spettacolo è proprio quest’ultimo passaggio che manca, alle mafie, per uscire efficacemente dalla clandestinità.

Manca (ma manca davvero?) un buon piano di immagine: la rappresentazione plastica, per dirla col linguaggio politico molto usato negli ultimi giorni, di un consenso vasto e diffuso, del proprio ruolo pubblicamente riconosciuto (e ritenuto utile, positivo, buono) da significative fette della popolazione, una riabilitazione della propria natura come di quella di una struttura capace di garantire coesione sociale, e non fondata sulla minaccia, sull’illegalità, sulla diseguaglianza e sulla ferocia.

Il passo (enorme) di anteporre gli affari alla guerra viene datato ad almeno 17 anni fa, secondo alcuni saggisti e storici: fu allora che Cosa Nostra si risolse in questa direzione. Proprio la guerra del 1992-’93 e le morti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano generato come reazione popolare la cosiddetta "primavera siciliana" che sapeva di riscossa della società civile, di modelli culturali alternativi pronti a soppiantare quello barbaro e arcaico, seppur tradizionale e sin lì vincente, vissuto forse per la prima volta da generazioni di ragazzi (ma non solo) come oppressivo e illiberale.

Falcone e Borsellino erano giudici che rilasciavano interviste, tenevano lezioni nelle università e nelle scuole, scrivevano libri, erano personaggi pubblici portatori di un’idea alternativa su cosa potesse essere e diventare il meridione, pur nel loro essere rigorosamente, e indiscutibilmente, magistrati. La loro pericolosità " per gli uomini d’onore " stava anche in questo, nelle idee e negli slanci che i due sapevano generare in chi li ascoltava, non era solo una questione di maxiprocesso o di arresti in massa.

Diciassette anni dopo lo Stato arresta migliaia di mafiosi. Sotto le caserme però negli ultimi giorni c’è gente che va ad applaudire i latitanti e gli ergastolani, non più i poliziotti e i giudici. Qualcuno dovrà cominciare a chiedersi cos’è accaduto, che differenza passa fra l’antimafia (necessaria quanto irrinunciabile) dei provvedimenti di polizia giudiziaria e un’antimafia culturale sulla quale le opinioni della politica e dei media in primo luogo sono non di rado discordi, per non dire in alcuni casi palesemente avverse.

Un’antimafia come modello culturale che vive, e lo si vede, respira tutti i giorni, nell’impegno di Don Ciotti, di milioni di cittadini, esponenti delle istituzioni, associazioni economiche, sindacali, gruppi parrocchiali, tantissimi magistrati, ma che in una parte della classe dirigente italiana viene percepita quasi come un fastidio. Il rischio è che presto questo tipo di antimafia venga rappresentata come uno degli attori in campo della contesa politica, e allora sarà anch’essa sottoposta a un bel sondaggio in diretta tv, secondo i migliori usi e costumi di questi anni, per capire "quanti voti sposta".

In questo, in un bel sondaggio, le mafie avrebbero sì, tutto da guadagnarci: sono secoli che organizzano e gestiscono a loro piacimento (con le buone raramente, quasi sempre con le cattive) migliaia di persone. Con un conduttore giusto in prima serata a perorarne la causa riuscirebbero persino ad apparire simpatici, e a quel punto il proprio posto nella società dello spettacolo imperante se lo ritaglierebbero loro, gli uomini d’onore. Diventerebbe, in fondo, solo una questione di brand.

di Giovanni Vignali

gliitaliani.it

2 commenti

  1. Paolo 2 maggio 2010 alle 11:34

    Chi non è con me è contro di me diceva qualcuno.Io sono con me stesso, con il mio pensiero e con la consapevolezza che molte cose, nell’ambito della giustizia, non funzionano.

    Vi risulta scandaloso che un gruppo di parenti o amici salutino per l’ultima volta il loro caro prima che il carcere lo inghiotta per sempre, mentre è assolutamente normale che lo stesso venga esibito alle telecamere ammanettato docile e innoquo in balia dei cacciatori che come un cinghiale lo hanno stanato e catturato.Forse sarebbe stato meglio non esibirlo come un trofeo consegnandolo direttamente al carcere a cui è statto condannato.Sicuramente si sarebbero evitatate queste brutte figure.

    In uno stato democratico giusto e rispettoso dei diritti umani certe scene non dovrebbero esistere.Chi sbaglia deve pagare con il carcere non con la gogna, in nessuno dei nostri codici è prevista la gogna come pena accessoria.Voi direte: lui è un mafioso che nella sua vita non ha avuto molti scrupoli degli altri perchè dovremmo averli noi? Semplicemente perché non siete come lui e perchè non si può rispondere a illegalità con altra illegalità.

  2. raul 30 aprile 2010 alle 14:22

    Una politica che esprime uomini devastanti, lo stato assente ( e non parlo delle forze dell’ordine, poveri uomini come noi anzi più a rischio di tutti noi ), una mancanza di occupazione che induce giornalmente alla disperazione, generano questi gesti. Oramai l’italia è un paese imbarbarito dove le regole sono saltate. Dobbiamo avere la forza di ” deportare ” i nostri figli lontano da questa terra, lontano dall’italia, fosse anche il terzo mondo. Avere la forza di ricominciare da zero ma da un’altra parte.

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