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Operazione Meta, dall’arresto di Condello “il supremo” si è ricostruito il riassetto degli equilibri criminali a Reggio – Ricercato il sindaco di San Procopio – La soddisfazione del procuratore Pignatone – Il procuratore Piero Grasso: colpire il sistema grigio che copre l’economia mafiosa

REGGIO CALABRIA – Gli arresti eseguiti stamani dai carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Reggio Calabria nei confronti di affiliati alle cosche di Reggio Calabria, scaturiscono dalle indagini del Ros che gia’ nel 2006 avevano portato all’arresto di 34 persone, colpendo, in particolare il circuito di riferimento dell’allora latitante Pasquale Condello, il “supremo”, arrestato dai carabinieri nel febbraio 2008.

La ricerca e l’arresto del latitante, oltre a decapitare la ‘ndrangheta reggina, ha consentito di acquisire ulteriori elementi di estremo interesse sull’intera organizzazione mafiosa.

Le indagini, infatti, erano state estese a tutta l’associazione, ricostruendo il riassetto degli equilibri criminali a Reggio Calabria e le rinnovate sinergie criminali tra le cosche Condello e De Stefano Libri, un tempo contrapposte in una sanguinosa guerra.

Le indagini hanno così portato alla scoperta della costituzione di un organismo decisionale unificato, al vertice del quale era stato posto Pasquale Condello per il ruolo apicale riconosciutogli dall’intera ‘ndrangheta calabrese, coadiuvato da Giuseppe De Stefano e da altri affiliati di rango che assicurava il perseguimento di obiettivi illeciti condivisi.

Tra i vertici c’era anche Pasquale Libri, fratello di Domenico che è detenuto, incaricato di assicurare il rispetto delle regole mafiose concordate tra gli opposti schieramenti al termine della seconda guerra di mafia e la ripartizione dei proventi tra i diversi locali del capoluogo.

Le indagini, oltre ad evidenziare il sostanziale recupero degli equilibri antecedenti all’omicidio di Paolo De Stefano, ha permesso di accertare l’acquisizione, diretta o per interposta persona, di imprese attive in diversi settori economici, quali l’edilizia, la ristorazione, gli stabilimenti balneari e centri sportivi; la capillare pressione estorsiva esercitata su imprenditori e commercianti nell’area del capoluogo; la capacità di condizionare il libero esercizio del voto in occasione delle recenti consultazioni elettorali comunali; l’ingente disponibilità di armi ed esplosivi.

Oltre alla nota influenza nella zona del centro di Reggio della cosca Tegano, le indagini hanno confermato l’inserimento nelle dinamiche criminali del capoluogo, della cosca Alvaro di Sinopoli, il cui ruolo di spicco era emerso sin dai tempi della mediazione svolta dal patriarca Domenico Alvaro, di 86 anni, nell’ambito della seconda guerra di mafia.

Tra gli arrestati figura infatti Cosimo Alvaro, figlio di Domenico, coinvolto, secondo l’accusa, in diverse attività estorsive, di trasferimento fraudolento di valori e di turbata libertà degli incanti.

Tra gli arrestati compaiono anche diversi esponenti di spicco di altri locali del capoluogo e della provincia, quali i Rugolino di Reggio Calabria, i Buda-Imerti di Villa San Giovanni, gli Italiano di Delianuova, gli Zito-Bertuca di Fiumara di Muro ed i Creazzo di Scilla.

Sul versante patrimoniale, gli accertamenti hanno portato ad individuare i cospicui beni intestati a prestanome, ma nella disponibilità di esponenti delle cosche.

In particolare, sono state sequestrate 18 imprese attive nei settori dell’edilizia e della ristorazione, stabilimenti balneari e centri sportivi, 26 appezzamenti di terreno, 22 appartamenti, 12 unità immobiliari a uso commerciale situati a Reggio e provincia, nonché 26 autovetture, anche di lusso e 6 motocicli, per un valore complessivo di oltre 100 milioni di euro.

L’assoluta rilevanza dell’intervento, sostengono i carabinieri, “dopo l’arresto dei maggiori latitanti del reggino sistematicamente perseguito dai Carabinieri, inciderà ulteriormente sugli equilibri criminali dell’area e continuerà a richiedere un impegno particolare per prevenirne le riaggregazioni”.

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Il sindaco di San Procopio, Rocco Palermo, risulta irreperibile nell’ambito dell’inchiesta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria contro le cosche cittadine e della provincia. Palermo è uno dei destinatari delle 42 ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip distrettuale su richiesta della Dda.

Secondo quanto ha riferito il procuratore della Repubblica di Reggio, Giuseppe Pignatone, Palermo sarebbe legato alla cosca degli Alvaro che avrebbe pesantemente condizionato le ultime elezioni comunali. Il gruppo criminale, in particolare, avrebbe appoggiato direttamente la lista capeggiata da Palermo ed avrebbe anche presentato un’altra lista, destinata a risultare sconfitta in modo da fare apparire che le elezioni si svolgessero regolarmente.

Pignatone, incontrando i giornalisti insieme al procuratore antimafia Pietro Grasso, ha anche riferito che le ordinanze eseguite dai carabinieri, al momento, sono 40 su 42.

”Stiamo facendo un lavoro progressivo che ci porterà, alla fine, a scoprire anche i collegamenti esterni delle cosche reggine, compresi quelli politici”.

“Il nostro lavoro – ha aggiunto Pignatone – è come un film. Al momento abbiamo montato alcune scene che ci forniscono un quadro che speriamo di completare col prosieguo del nostro lavoro. I risultati sinora acquisiti rappresentano la base per impostare il lavoro futuro e giungere ai livelli superiori”.

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Il gip distrettuale di Reggio Calabria non ha accolto 30 delle 72 richieste di misure cautelari fatte dalla Dda nell’ambito dell’inchiesta che ha portato all’operazione la scorsa notte contro le cosche reggine.

Secondo quanto ha riferito il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, “le persone nei confronti delle quali non è stato disposto l’arresto che era stato chiesto dal pm Giuseppe Lombardo sono indagati di secondo piano nell’ambito dell’indagine, il cui nucleo centrale resta intatto.

Abbiamo ricostruito la geografia delle cosche che rappresenta una ‘fotografia’ allo stato attuale, che dimostra l’alleanza tra i diversi gruppi per la gestione degli affari, che riguardavano soprattutto lavori di natura privata ad eccezione del Comune di San Procopio”.

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Il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, e’ soddisfatto del lavoro compiuto dall’ufficio da quando ne è il responsabile. A tale proposito il magistrato ha citato alcuni dati dell’attività della Procura sottolineandone l’importanza.

“In due anni – ha detto Pignatone – abbiamo sequestrato beni per un miliardo di euro smantellando i patrimoni di molte cosche e incidendo, così, concretamente sul loro assetto. Un altro dato significativo – ha detto ancora – è quello sui latitanti arrestati, che sono stati 54, tra cui molti boss come Giovanni Tegano, Giuseppe Pelle e Giuseppe De Stefano”.

Pignatone, a proposito dell’operazione Meta, ha sottolineato l’elemento di novità rappresentato dall’alleanza tra le cosche per gestire pacificamente i proventi delle attività illecite, in particolare le estorsioni e l’usura.

“Fino a poco tempo fa – ha detto Pignatone – era impensabile che Pasquale Condello affidasse a Giuseppe De Stefano, figlio di Paolo, ucciso nella guerra di mafia, la gestione dei proventi delle estorsioni. Stiamo parlando di due gruppi criminali che hanno dato vita, tra il 1985 e il 1991, alla ‘guerra di mafia’ che provocò centinaia di morti tra cui lo stesso Paolo De Stefano. Adesso quei tempi sono passati e si bada soprattutto agli affari”.

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”Da questa indagine emerge un quadro articolato della ndrangheta di Reggio Calabria e degli assetti consolidatisi dopo la guerra di mafia degli anni ’90”. E’ quanto ha, tra l’altro dichiarato il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, che ha partecipato oggi all’incontro con i giornalisti nella sede del comando provinciale dell’Arma.

“Possiamo dire – ha aggiunto Grasso – che i sanguinosi scontri del passato sono ormai sepolti poiché le nuove strategie propendono al raggiungimento di accordi prestabiliti tra le ‘famiglie’, in piena concordia nel dividersi il controllo del territorio, fondamentale per le varie cosche, dividendo i proventi delle estorsioni.

In questo quadro si delinea anche il coinvolgimento di ceti professionali, la così detta ‘zona grigia’, che supportano la ndrangheta nell’acquisizione di beni immobili e mobili oggetto di asta pubblica, un fenomeno purtroppo allarmante poiché induce a supporre che anche i beni oggetto di confisca possano ritornare nella disponibilità della mafia per tramite prestanome senza scrupoli.

La strategia, dunque – ha detto Grasso – non è solo colpire le cosche in senso puro, ma estendere le indagini al ‘sistema grigio’ che copre gli affari e l’economia mafiosa”.

(Ansa)

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