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Lamezia, intervista al Procuratore Vitello: famiglie col pedigree colluse con i clan – I furti seriali nei quartieri sono stati solo un tentativo di depistaggio – Le demolizioni riprendono a settembre

LAMEZIA TERME – «Tanto ho dato in termini di dedizione personale e di lavoro, ma tantissimo ho ricevuto». Così Salvatore Vitello, 53 anni, Filippo per gli amici, festeggia oggi il suo primo anno alla guida di una procura che sembra abbia guadagnato qualche piano in più del terzo in cui trova ospitalità a Palazzo di giustizia. Agrigentino, sposato, quattro figli che vivono a Roma, e diversi anni passati alla procura antimafia della capitale, il procuratore ringrazia ma anche bacchetta.

Dottor Vitello, dopo un anno come vede questa città?

«C’è una forte speranza di cambiamento ed un’evidente aspirazione allo sviluppo, in condizioni di normalità».

Cosa intende per normalità?

«Rievoco un concetto di Pasolini, quando definiva il progresso come una crescita sociale fatta di consapevolezza e rispetto dell’altro. Ho la netta sensazione che il popolo di Lamezia, nella scala di priorità, identifichi il senso di normalità in quel concetto di ordinato progresso».

Ma c’è una Lamezia schierata dall’altra parte dello Stato?

«Ci sono minoranze feroci, prive di valori basilari della vita umana. Ma anche modi di vivere votati all’indifferenza ed al lasciar fare, in nome di un apparente quieto vivere fatto soprattutto di soggezione, di paura ma anche di comoda pavidità».

Come sono organizzate le famiglie della ‘ndrangheta locale?

«C’è un loro aspetto particolare: l’assenza di qualsiasi morale, anche quella più elementare. Per i capi ed i gregari delle ‘ndrine lametine non esiste l’altro. Poi c’è una sorta di gerarchie tra le famiglie della galassia mafiosa, alcune sono asservite ad altre. E ci sono vincoli di sangue. Le origini delle famiglie spiegano tante cose».

Come sono nate?

«I cosiddetti “caprai” sono diventati mafiosi. Le loro condizioni di miseria iniziali vanno coniugate con un’inaudita capacità di violenza, titolo principale per arrivare ad accumuli inauditi di ricchezza illegale. La madopera militare delle famiglie mafiose nasce un secolo e mezzo fa nell’ambiente del brigantaggio, per emanciparsi fino a diventare un’agenzia del crimine».

C’è una zona grigia in città e nei dintorni?

«Questo modulo organizzativo è sostenuto e sfruttato dalle famiglie tradizionali, quelle col pedigree, che invece operano nei salotti buoni della città. Nonostante tutti sappiano della loro natura, queste famiglie riescono ad affermarsi nel settore pubblico, sul piano economico e finanziario. Il fatto di assoluta gravità è allacciare relazioni con esponenti politici a vari livelli, se non anche a rilanciare propri fiduciari nelle competizioni elettorali, com’è successo spesso».

Si può ancora rimediare?

«Si deve operare a livello giudiziario ma soprattutto sul piano educativo. Noi magistrati possiamo agire sul sintomo, colpendo il criminale e i colletti bianchi. Ma le difficoltà sono tante».

Quali?

«L’impianto processuale fa acqua da tutte le parti. Vero che la durata del processo dev’essere ragionevole, ma è pur vero che quando arrivano le prescrizioni dobbiamo spiegarlo alle tante persone offese. E poi c’è un’eccessiva panpenalizzazione».

Cos’è?

«Molti illeciti che potrebbero essere classificati come amministrativi e sanzionati come tali, sono invece considerati penali, allungando i tempi. Assistiamo a vere e proprie campagne gestite da fior di delinquenti».

Può fare un esempio?

«La storia recente dei furti seriali nelle case di alcuni quartieri della città. Un fenomeno del genere provoca un aumento dei costi della giustizia, la riduzione complessiva degli spazi e l’allungamento dei tempi di trattazione di ciò che davvero merita d’essere penalmente sanzionato».

Vuole dire che s’è trattato di tentativi di depistaggio?

«Certo, hanno voluto attrarre l’attenzione su strade diverse per l’affermazione sul territorio».

L’anno scorso ha avviato una campagna contro il mattone selvaggio. Continuerà?

«Certo, si riprenderà a settembre con altre demolizioni di edifici abusivi. Lo sviluppo principale cui si è assistito qui è quello di costruire in violazione di regole elementari, mangiando pezzi importanti di territorio. I vincoli e le tutele sebrano a molti, troppi, fastidiosi ostacoli all propria smania d’affari e di grandezza. Mi son fotta l’idea che conta di più l’apparire, anche ricorrendo agli usurai, che l’essere».

La magistratura è una casta?

«Ai magistrati si richiede la tenuta di condotte cristalline, non solo sul piano penale ma anche sotto il profilo etico e istituzionale. Occorre fare di più, e ci sono segnali incoraggianti della magistratura calabrese, soprattutto reggina. Ma la casta è una nozione che sta agli antipodi della condizione esistenziale e lavorativa della stragrande maggioranza di noi magistrati che opera in condizioni di abnegazione».

L’altro rimedio antimafia è l’educazione, diceva.

«Bisogna avviare un processo educativo serio che coinvolga famiglie, scuole e società. Investire in questi settore significa progettare il futuro della città».

Vinicio Leonetti

Gazzetta del sud

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