CORIGLIANO (CS) – La fitta rete di estorsioni che il clan coriglianese aveva tessuto negli ultimi anni aveva portato, oltre a fare pagare il “pizzo” alle più grandi ditte della zona, anche a monopolizzare il mercato dei cosiddetti “monouso” e a fare fallire chi entrava in contrasto con lo stesso clan. Dalle ricostruzioni fatte da alcuni collaboratori di giustizia, ricostruzioni che combaciano quasi perfettamente tra loro, si evincono diversi dati allarmanti per il tessuto produttivo della zona.
Il sistema che era stato messo in piedi per le estorsioni alle ditte che eseguivano grandi lavori, e che vedevano a capo delle estorsioni Maurizio Barilari, che operava per conto del clan, aveva praticamente sotto scacco chiunque.
Dalle dichiarazioni dei collaboratori, infatti, vengono fuori i nomi dei più importanti imprenditori della città che erano costretti a pagare il “pizzo” per qualunque lavoro, addirittura perfino per la realizzazione di una caserma dei Carabinieri realizzata a Cutro.
Per le ditte che facevano opere edili, pubbliche e private, secondo i pentiti, il “pizzo” sarebbe stato estorto da Barilari, costringendo gli imprenditori a fare lavorare la ditta di suo fratello, Fabio Barilari, che fatturava a fine lavori più del dovuto e assicurava un introito anche per “famiglia”.
Fabio Barilari ha compiuto lavori di tinteggiatura e di cartongesso anche alla caserma dei Carabinieri che venne realizzata a Cutro essendogli stato dato in subappalto il lavoro. Anche la realizzazione del centro commerciale lungo la Ss 106 non à stata immune al “pizzo” estorto con i lavori dati in subappalto.
Addirittura, secondo i collaboratori di giustizia, lo stesso Antonio Bruno, detto “Giravite”, aveva fatto pesare il suo ruolo di capo della locale di Corigliano, assicurando un lavoro a sua figlia imponendo ai gestori del centro commerciale, la ditta della figlia per le pulizie interne.
Nei vari racconti si apprende che una ditta che svolgeva lo stesso tipo di lavori che faceva quella di Fabio Barilari, per alcuni motivi entrò in contrasto con il fratello Maurizio. Nel giro di poco tempo questa ditta non lavorò più e fu costretta al fallimento.
Ma uno dei dati più sconcertanti è quello relativo ai bar e ai ristoranti che sostanzialmente erano tutti vessati dal racket estorsivo. «Sconcertante questo racket perchè i titolari dei locali pubblici spesso erano costretti a pagare due volte il “pizzo”».
Dal racconto dei pentiti si evince che Maurizio Barilari e Salvatore Mollo litigano ed entrano in contrasto. Entrambi avevano, con dei prestanomi, delle ditte di distribuzione dei cosiddetti “monouso”, bicchieri di plastica, piattini, tovagliolini e così via.
Ai locali pubblici viene imposto, come forma di estorsione, l’acquisto dei monouso esclusivamente dalla loro ditta, ma dai controlli effettuati dalla Finanza sulle ditte che fornivano tale materiale, si evince che i clienti praticamente erano gli stessi sia per la ditta “sponsorizzata” da Barilari, sia per quella di Mollo, per cui si evince facilmente che i poveri commercianti, pur di non avere problemi, nè con l’uno nè con l’altro, pagavano entrambi i “fornitori”.
di Alfonso Di Vincenzo
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