VENEZIA – All’inizio di quest’anno a Rosarno, in Calabria, centinaia di immigrati africani, lì per raccogliere arance, hanno manifestato in paese rovesciando tutto quanto si trovava sulla loro strada. Con rapidità lo stato è intervenuto, portandoli via tutti e smistandoli altrove, mentre vari ministri sproloquiavano sulla tolleranza eccessiva del nostro paese nei confronti degli immigrati. Ma cosa aveva spinto quelle persone a quella forma di ribellione così eclatante?
Condizioni di vita e di lavoro all’insegna dello sfruttamento e della prevaricazione, con un paio di episodi intimidatori. Su questa vicenda alle Giornate degli autori è stato presentato Il sangue verde, di Andrea Segre, titolo che viene da una frase di uno dei manifestanti che afferma come anche loro siano esseri umani, col sangue come il nostro e non verde.
Un documentario importante, che coglie uno snodo decisivo del nostro paese. A Rosarno dopo la seconda guerra mondiale erano stati i contadini a lottare per avere la terra. Ottenendola. Ma nel corso dei decenni tutto è cambiato, la ‘ndrangheta si è arricchita e potenziata e i contadini di un tempo oggi padroncini, non potendo e non volendo ribellarsi ai soprusi mafiosi, spremono gli immigrati peggio che se fossero animali.
Sotto lo sguardo indifferente delle autorità si consuma uno sfruttamento mostruoso. Da lì la ribellione che Segre racconta con immagini di repertorio degli anni ’50, riprese tv dei giorni caldi, un’intervista all’ex sindaco di sinistra, Giuseppe Lavorato, e sette immigrati che testimoniano in prima persona.
Segre, cosa è davvero successo a Rosarno?
La scelta degli immigrati di reagire in maniera rumorosa è sicuramente una scelta che va a coprire un silenzio di quella che dovrebbe essere la società civile, sindacale, la politica di sinistra, che in teoria dovrebbe occuparsi dei diritti degli ultimi che di fronte alla opprimente chiusura della potenza mediatica e elettorale del meccanismo della paura non riesce più, su questi temi, a far valere dignità e diritti.
È ben orchestrata la politica della demagogia xenofoba che miete consensi, e chi dovrebbe invece lavorare sulla difesa di dignità e diritti si trova spiazzato, e non sa più come agire. Di fronte a questo silenzio cresce la rabbia di chi questi diritti negati li vive sul proprio corpo.
Ma la logica viene ribaltata, i nostri ministri accusano gli immigrati, vittime, come fossero i colpevoli…
È la strategia assolutamente vincente di chi ha un progetto politico molto chiaro: generare paura per mietere consensi. Non intervengo nella gestione di un territorio che è in mano diciamo a un’anarchia mafiosa e lascio maturare le tensioni, quando quelle tensioni esplodono utilizzo le immagini più superficiali di quelle tensioni per cavalcare la paura. E faccio credere agli italiani, in un secondo, che il problema siano i neri che spaccano le macchine.
Quelle immagini di cinquecento neri che marciano per una città rovesciando i cassonetti è una manna per la destra, Maroni e LaRussa lo hanno capito subito e la prima frase che hanno detto alle tv è «tutto questo è conseguenza dell’eccessiva tolleranza nei confronti dell’immigrazione clandestina».
Tutto ciò che era dietro quell’esplosione, quindici anni di tensioni, con i comuni della piana che vengono commissariati per ‘ndrangheta, tutto annullato grazie alla potenza evocativa delle immagini. Di fronte a questo il silenzio della sinistra, che si trova totalmente disorientata che non ha dato risposte a quelle tensioni e spesso ha taciuto quando governava.
Cosa ha lasciato quella ribellione?
Qualcosa ha mosso. Ora alcuni di loro sono qui a Venezia . Il caposquadra della mobile di Reggio Calabria ha detto «noi abbiamo fatto delle indagini dopo quelle manifestazioni» perché se questi sono andati in piazza a spaccare tutto verranno anche a raccontare il perché, infatti le indagini e gli arresti fatti sono derivati proprio da nomi e cognomi fatti da chi non aveva più niente da perdere. E questo documentario è nato proprio per la loro convinzione che ora bisogna cominciare a parlare.
di Antonello Catacchio
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