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Le salme dei pazienti non sono nel cimitero – Le comparazioni del Dna hanno escluso che i cadaveri dei dodici degenti scomparsi dal “Papa Giovanni” siano stati inumati clandestinamente – Fondamentali per tentare di far luce sul “giallo” le riesumazioni disposte dal procuratore Giordano

SERRA D’AIELLO (CS) – Le tombe senza nome. E i pazienti scomparsi. Il cimitero di Serra d’Aiello sorge a cento metri dall’istituto “Papa Giovanni XXIII”, diventato famoso per le truffe milionarie compiute dal sacerdote che l’amministrava. All’interno del camposanto non c’è nulla che lasci pensare a delitti, misteri e scambi di cadavere.

Sul cemento a vista che ricopre una ventina di loculi compaiono però una piccola croce oppure una minuscola lettera “V”. La croce testimonia la presenza d’una salma, la lettera il contrario. La “V”, infatti, significa “vuoto”.

Il procuratore di Paola, Bruno Giordano, ha spedito nei mesi scorsi fin quaggiù i carabinieri del Ris e gli specialisti di medicina legale dell’Università di Catanzaro, per eseguire la riesumazione di una sessantina di salme. L’iniziativa rientrava nel quadro degli accertamenti legati alla complicatissima inchiesta avviata per far luce sulla sparizione di dodici pazienti.

Dodici degenti svaniti nel nulla in poco più di quindici anni dalla casa di cura " il “Papa Giovanni” " gestita da una fondazione della Chiesa. Dagli archivi dei comandi di polizia e carabinieri sono stati perciò tirati fuori, per ordine della magistratura inquirente, i fascicoli impolverati contenenti le denunce sporte dai familiari dei malati al tempo delle scomparse.

È stato stilato un elenco di persone e sono stati contattati i congiunti per essere prima interrogati e, poi, sottoposti all’esame comparativo del Dna.

Tra le sparizioni oggetto d’indagine ci sono quelle di: Bruno Zucco, avvenuta il 28 settembre 1996; Pietro Bassano, registrata il 21 maggio ’97; Domenico Pino, avvenuta il 2 giugno 2001; Pietro Tiano, denunciata il 23 luglio 2002; e di Salvatore Tommaso, registrata il 23 settembre 2008.

Il fondatore del “Papa Giovanni”, mons. Sesti Osseo, comperò a suo tempo nel cimitero di Serra d’Aiello due blocchi di loculi da destinare ai pazienti. Le persone decedute nel corso degli anni all’interno dell’istituto, rimaste senza l’assistenza di parenti, sono state sepolte nel camposanto del paesino cosentino dietro una lapide in cemento su cui è stata disegnata una semplice croce.

Accanto neppure la data di decesso, né le generalità. Una procedura davvero irrituale. Gli altri spazi assegnati al “Papa Giovanni” rimasti però vuoti in attesa dell’arrivo di altre salme, sono stati invece murati " e resi riconoscibili da una “V” ricavata sul cemento a vista " per impedire che qualcuno se ne impadronisse senza averne diritto.

Quando il procuratore Giordano ha ordinato le riesumazioni, il sospetto che i resti degli scomparsi potessero essere stati nascosti nel piccolo camposanto, s’è rafforzato. Già, perchè in taluni loculi sono state addirittura individuate non una ma due bare, di cui non v’era assolutamente traccia nei registri del cimitero.

Compiere analisi scientifico-comparative è dunque apparso al togato ancor più indispensabile. Il dna dei parenti dei degenti spariti è stato pertanto confrontato con quello dei corpi riesumati. E il risultato, alla fine, è stato negativo. Nel senso che le verifiche genetiche hanno escluso la pur legittima e agghiacciante ipotesi ventilata dal procuratore Giordano.

I dodici disabili psichici non sono morti. O meglio: se sono passati a miglior vita i loro cadaveri non sono stati inumati clandestinamente nel cimitero del paesino che ospita il “Papa Giovanni XXIII”.

Il “giallo” delle misteriose sparizioni rimane perciò aperto. Le indagini ripartono da una domanda inquietante e senza risposta: che fine hanno fatto i pazienti? È inimmaginabile che possano essersi allontanati volontariamente. Molti di loro, infatti, erano quasi incapaci di deambulare e si spostavano solo con l’assistenza del personale paramedico.

Dunque, sono stati rapiti? Improbabile, perchè saremmo di fronte a sequestri di persona senza scopo. Nessuno dei degenti apparteneva, infatti, a famiglie in grado di pagare un riscatto. Salvo che non si voglia prendere in considerazione la pista (quasi impraticabile) del traffico di organi umani.

Ammesso, in questo caso, che i pazienti siano stati rapiti e poi uccisi, una fantomatica organizzazione di trafficanti avrebbe dovuto disporre, in questo lembo di Calabria, di una equipe medica pronta a prelevare l’organo del morto ed a consegnarlo entro un’ora dall’espianto ad un’altra equipe in grado immediatamente di reimpiantarlo su un malato già pronto e in attesa. Uno scenario del genere appare obiettivamente inverosimile.

C’è un’altra ipotesi? Si, è la seguente: le sparizioni potrebbero essere la tragica conseguenza di una scarsa sorveglianza esercitata all’interno della struttura che avrebbe favorito il decesso accidentale dei degenti. Per evitare conseguenze penali e celare i decessi, sarebbero stati perciò, di volta in volta, fatti sparire i cadaveri.

Qualcuno se ne sarebbe insomma sbarazzato velocemente magari seppellendoli in zone isolate e difficilmente accessibili. Zone che lo scrupoloso procuratore Giordano sta ora faticosamente tentando d’individuare. C’è solo un modo, infatti, per venire a capo di questo mistero: trovare almeno uno dei dodici corpi.

di Arcangelo Badolati

gazzettadelsud.it

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