ROSARNO (RC) – Casette diroccate. Un capanno per attrezzi. Baracche tra gli agrumeti. Una fabbrica sequestrata. Un capannone abbandonato. Qui vivono gli immigrati a Rosarno. Già, sono tornati. Anzi, molti non erano mai partiti. Quanti sono? Noi, in una mattinata, ne abbiamo incontrati almeno trecento. Ma probabilmente sono tre volte tanto. E siamo appena all’inizio dalla stagione della raccolta degli agrumi, che li richiama da altre regioni.
Come sembrano lontani quei giorni di gennaio, le violenze contro alcuni di loro, la rivolta, il ruolo della ‘ndrangheta, il trasferimento forzato di centinaia di immigrati.
Allora ammassati nelle due ex aziende della Rognetta e dell’Opera Sila, maxi ghetti della disperazione. Oggi sparsi in tanti rivoli di emarginazione. Sono meno, non per paura ma perché c’è meno lavoro. Ma sicuramente aumenteranno, e continuano a vivere nel degrado, mentre nulla è stato fatto per loro. Tranne quello che, come allora, fanno la Chiesa locale e il volontariato.
E proprio un volontario ci accompagna in questo tour della disperazione. É Bartolo Mercuri, fondatore e presidente dell’associazione “Il Cenacolo” di Maropati, legata alla Caritas diocesana. «Da un anno non si è mossa foglia», dice sconsolato. Lui non ha mai smesso di girare, li va a cercare, porta loro di tutto.
È tra i pochi a sapere dove trovarli. Cominciamo dal centro di Rosarno, in una “timpa” come qui chiamano i valloni. È un agglomerato di casette, alcune non finite, altre in rovina. Senza porte e finestre.
Scendiamo. Gli immigrati conoscono Bartolo e ci accolgono sorridendo. Vengono da Ghana, Costa d’Avorio, Mali, Sierra Leone. Entriamo. La stanza, tre metri per tre, è buia. Senza luce né acqua. Il soffitto è sfondato e riparato alla meglio con cartoni e plastica. «Ci dormiamo in sette».
E quanto pagate? «150 euro al mese». In queste condizioni vivono una cinquantina di immigrati, quasi tutti irregolari. E nella “timpa” successiva altri cinquanta. Ci spostiamo in periferia. Qui il rifugio è in un ex azienda di trasformazione delle arance.
Nove mesi fa ci vivevano in più di cento. Poi sono stati sgombrati. L’edificio posto sotto sequestro il 25 maggio (sul cancello c’è ancora il cartello con la scritta “sgomberato coattivamente”), finestre e porte murate. Invano.
Gli immigrati hanno sfondato e ripreso possesso del ghetto. Luce e acqua non ci sono. Alcune stanze sono chiuse da porte improvvisate con catena e lucchetto, ma si vedono all’interno molti letti. «Siamo quaranta», ci dice Michele, ucraino, che in qualche modo spiega che ci sono sia africani che immigrati dell’Est. Piove all’interno.
In un angolo della stanza più grande un telo rosso nasconde un buco: è la latrina. Un’altra è sul terrazzo, coperta da fogli di plastica celeste. Ovunque rifiuti e detriti. Non l’unica ex fabbrica.
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di Antonio Maria Mira
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