LAMEZIA TERME – Il mondo imprenditoriale ma anche quello dello sport locale resta allibito dopo gli arresti piombati ieri sulla città. A cominciare da quello di Raffaele Misuraca, figura di spicco dei berlusconiani lametini. L’imprenditore viene accusato dagli inquirenti di avere coperto Pietro Iannazzo, sorvegliato speciale e figlio del boss “Ciccio” ucciso nel ’92 in un agguato mafioso nel suo regno, il quartiere di Sambiase. Il reato contestato a lui ed a tutti gli altri dodici imputati finiti nella rete è di interposizione fittizia di persone.
In sostanza un team di 11 imprenditori avrebbero fatto da prestanome a Iannazzo lavorando per suo conto con tre imprese di costruzione, Deltavi, Emmedue e Coeme. L’obiettivo è l’affidamento di appalti pubblici per lavori di grossa entità, com’è successo per la realizzazione di Via delle Rose, un’importante arteria periferica nella zona della città sotto il controllo del clan Iannazzo.
L’ente appaltante era la Provincia, ma nell’inchiesta non è coinvolto nessun esponente di Palazzo di Vetro. Significherebbe che la procedura d’appalto è avvenuta regolarmente, ma nessuno sospettava che dietro chi si occupava dei lavori ci fosse un Iannazzo.
«Il vero dominus di queste società era Pietro Iannazzo», sostiene il procuratore Salvatore Vitello che questa volta ha colpito «la sistematica e programmatica commissione di reati di intestazione fittizia di quote, beni ed utili societari, dirette a consentire l’arricchimento occulto di Pietro Iannazzo».
Imprenditori e mondo politico cittadino in subbuglio per l’arresto di Misuraca, da ieri ai domiciliari. Perchè il 23 ottobre 2008, quando decise di lasciare tutti gli incarichi politici di capogruppo di Forza Italia al Comune, coordinatore cittadino e provinciale, dichiarò: «Una volta occupata la poltrona l’impegno primario è come mantenerla, e per fare questo si è disposti a tutto, a vendersi ed anche a comprare». E ancora: «Se la politica riduce gli uomini a svendere la propria dignità io ne sto fuori».
In questo modo Misuraca uscì dalla politica nonostante le insistenze di buona parte del centrodestra che lo voleva ancora dentro.
Allora come oggi i berlusconiani erano all’opposizione al Comune. «Sin dall’inizio del mio impegno», disse l’ex forzista due anni fa in modo accorato e sbattendo la porta, «ho sempre sostenuto che la politica fosse prioritariamente un servizio verso il cittadino e poi verso il proprio partito. Sono un idealista e un passionale, lo so. Ma so anche che sono proprio gli ideali ed il lavoro che persegue chi ci crede a reggere le sorti di un mondo che, senza valori, consumerebbe nel suo stesso egoismo». Da allora l’imprenditore non s’è più riaffacciato alla politica in prima persona.
Sorpresa anche nel mondo dello sport sambiasino. Pietro Iannazzo fino a poco tempo fa era direttore sportivo del Sambiase Calcio, la stessa squadra giallorossa che fino a un paio d’anni fa era presieduta da Salvatore Mazzei, un altro imprenditore finito in galera per mafia. Il Sambiase milita in serie D e proprio ieri ha disputato una partita di recupero.
Sotto la gestione di Iannazzo il team in pochi anni è passato dal campionato Promozione al massimo campionato dilettantistico, il Cnd. Importante è stato l’acquisto costoso del bomber argentino Nicolas Laviano che in una categoria così fa la differenza.
Un altro nome del panorama calcistico cittadino è quello di Roberto Persico, prima giocatore poi allenatore da qualche anno della Virtus Sambiase, che disputa le sue partite nel campionato di Prima categoria. Persico è tra le persone agli arresti domiciliari. Mentre in carcere è finito Pierpaolo Muraca, nella dirigenza della stessa Virtus Sambiase.
«Una miriade di intercettazioni telefoniche evidenziano in modo chiaro, preciso e netto le responsabilità degli inquisiti», ha detto il procuratore Vitello, che segue l’indagine col sostituto Domenico Galletta. Secondo gli inquirenti Iannazzo «creava gruppi societari intestati a persone pulite per l’accaparramento di lavori soprattutto pubblici».
Ad affiancare il questore Vincenzo Roca ieri c’erano il dirigente del commissariato lametino Pasquale Barreca e il suo vice Saverio Mercurio. «È un’operazione strategica e fondamentale che aggredisce i patrimoni mafiosi», ha detto Roca. Convinto che «una volta i mafiosi intestavano a se stessi i propri beni, poi sono passati ai parenti, e adesso preferiscono manager e imprenditori fidati».
di v.l.
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