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In manette l’ufficiale amico dei Lo Giudice – Arrestato a Livorno il capitano dei CC Saverio Spadaro Tracuzzi con le accuse di concorso esterno e corruzione. Informava la cosca ricevendo regali da nababbo

REGGIO CALABRIA – Amava la bella vita. Viaggi in aereo, soggiorni in alberghi di lusso in Italia e all’estero, abiti firmati. Si spostava alla guida della Porsche avuta in regalo e quando aveva voglia di guidare una Ferrari non aveva che da chiederlo. Roba da nababbi. Roba che lo stipendio di capitano dei carabinieri non poteva di certo assicurare a Saverio Spadaro Tracuzzi. E allora a soddisfare ogni desiderio dell’ufficiale ci pensava un amico carissimo.

L’unico inconveniente è che a pagare era di Luciano Lo Giudice, giovane rampollo di una delle famiglie storiche della ‘ndrangheta reggina, fratello del boss Antonino che nello scorso ottobre è diventato collaboratore di giustizia.

E proprio le rivelazioni del capo cosca pentito, unitamente a quelle di Consolato Villani (lui il fosso l’aveva saltato a settembre), hanno messo nei guai tante persone, compresi Luciano Lo Giudice (nei giorni scorsi gli è stata notificata in carcere un’altra ordinanza di custodia cautelare) e il capitano Spadaro Tracuzzi, 51 anni, finito in manette con le accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione.

Dalle indagini della Dda è emerso che l’ufficiale avrebbe anticipato ai criminali le mosse dei suoi colleghi investigatori, impedendo anche degli arresti.

Sono stati proprio i suoi colleghi del comando provinciale di Reggio Calabria, fortemente motivati a fare pulizia all’interno dell’Arma, ad arrestarlo all’alba di ieri a Livorno, dove era stato trasferito da giugno, assegnato con compiti amministrativi alla seconda brigata mobile.

Spadaro Tracuzzi era stato in servizio a Reggio prima al Noe, poi alla Dia. Era stato anche al Ris di Messina. È accusato di aver fornito alla cosca Lo Giudice, in particolare ai fratelli Antonino, 41 anni, e Luciano, 36, notizie sulle indagini.

Secondo l’accusa, più di una volta l’ufficiale avrebbe fornito in anticipo anche i nomi di coloro che sarebbero stati arrestati. La fuga di notizie sarebbe avvenuta con la consegna di atti di indagine su carta o in formato elettronico. Tra le presunte soffiate, anche quella su una perquisizione del gennaio 2008 in una villa in cui abitava Antonio Cortese, ma che era in realtà abitata da Luciano Lo Giudice.

Cortese, peraltro, è considerato l’esperto di materiale esplosivo della cosca e lo stesso Antonino Lo Giudice lo ha definito «il mio incaricato per piazzare le bombe sotto gli uffici della Procura generale e l’abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro».

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di Paolo Toscano

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