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Sangue infetto, i malati calabresi denunciano lo Stato – Si tratta di trecento emofiliaci ed emotrasfusi trattati con sacche di plasma “guasto” in ospedali e strutture sanitarie pubbliche – Il reato ipotizzato contro i ministri della Salute, che si sono alternati dal 1987 a oggi, è di epidemia colposa

COSENZA – L’orrore è tramandato in migliaia di cartelle cliniche e nei “diari terapeutici” di pazienti dimenticati. Documenti agghiaccianti che testimonierebbero quella tragedia vissuta da almeno seimila emofiliaci ed emotrasfusi italiani, trattati, a loro insaputa, con plasma infetto in ospedali e strutture sanitarie pubbliche spalmate in ogni angolo del Paese. Molti di loro sono già morti. Se ne sono andati nel silenzio e nell’indifferenza. Quella del sangue infetto era una vergogna che doveva restare sepolta con le sue vittime.

Una vergogna che, secondo i parenti di quegli sventurati, non sarebbe dovuta mai finire nelle aule dei tribunali. In Calabria sono circa trecento le persone che attendono giustizia per sè o per i propri cari che non ci sono più. Gente che da anni aspetta di conoscere la verità sui veleni nel sangue che ha già sterminato un numero impressionante di ignari pazienti che si sottoposero a trattamenti sanitari obbligatori in tutto il mondo.

La strage del plasma nero continua a riecheggiare nelle aule dei Tribunali italiani. A Napoli si celebra il processo più importante, contro undici manager della sanità, tra cui l’ex Direttore del Servizio farmaceutico del Ministero della Sanità, Duilio Poggiolini, che venne insignito, tra l’altro, della «medaglia d’oro al merito della sanità pubblica». La Procura partenopea aveva chiesto l’archiviazione ma il gip ordinò l’imputazione coatta e il giudizio è andato avanti.

Martedì mattina, pazienti e parenti, assistiti dagli avvocati Massimiliano Coppa, Cristina Falbo, Paolo Greco e Gianluca Rubino, per evitare che cali il sipario sulla “strage di Stato”, si presenteranno nelle Procure calabresi per depositare un esposto contro lo Stato.

Il reato ipotizzato è quello di epidemia colposa mediante la diffusione patogena di germi presenti nel plasma contenuto nelle sacche killer. Ai vari ministri della Salute, che si sono alternati nell’incarico dal 1987 ad oggi, i querelanti contestano d’aver gravemente mancato ai propri compiti istituzionali e di legge lasciando inapplicato il “Piano sangue” che disciplina la normativa sull’utilizzo del plasma. In sostanza, a Roma non avrebbero vigilato sulla produzione e la diffusione del sangue utilizzato nelle trasfusioni.

La storia del plasma infetto è una la storia di una carneficina senza fine. A Roma, in Veneto, in Lombardia, in Emilia Romagna, in Trentino, in Campania, in Calabria, in Sicilia, in Sardegna. Ovunque si continuano a contare i danni dopo aver seppellito i cadaveri. Il male oscuro si sta mangiando quei corpi che non sono più corpi.

È un veleno che circola nei vasi sanguigni ormai infetti di quella gente che, tra il 1980 e il 1990 si sottopose a trasfusione. Quella del sangue infetto è una strage che non hanno mai voluto chiamare strage. Eppure quelle sacche utilizzate nei nostri ospedali hanno diffuso il morbo invisibile che ha provocato lo sterminio.

Il plasma arrivò dagli Stati Uniti, confezionato dalle holding farmaceutiche a stelle e strisce. Doveva essere un prodotto sicuro e, invece, nascondeva un killer invisibile. Dalle inchieste è emerso che, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, quel sangue sarebbe stato acquistato da donatori che non erano sani. E le loro patologie sarebbero state veicolate dal plasma.

L’avvocato Coppa, che da anni combatte al fianco delle vittime delle sacche killer, preannuncio il nuovo fronte: «Continuiamo la nostra battaglia nelle aule di giustizia con la consapevolezza che nessuna somma di denaro restituirà la salute e, soprattutto, nessun importo restituirà un familiare deceduto all’affetto dei propri cari.

L’impulso che ci spinge in questa lotta è la speranza che giustizia venga resa a quanti hanno subito un danno. Molti dei nostri assistiti sono giovani cui la vita è stata irrimediabilmente compromessa. Giovani che sono precipitati nel tunnel senza uscita».

di Giovanni Pastore

da gazzettadelsud.it

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