LAMEZIA TERME – «Si parla, a diversi livelli e nei settori più svariati, di rinascita di Lamezia e dei lametini. Suggerisco, se si ha veramente a cuore questa prospettiva, di parlare di meno, di fare e non di ignorare». Salvatore Vitello continua a ripeterlo ai giovani nelle scuole cittadine, più che negli incontri istituzionali o nelle conferenze stampa dopo gli arresti. Il procuratore della Repubblica del tribunale lametino imbastisce spesso veri e propri dialoghi con i ragazzi nelle scuole cittadine. Lezioni che vanno aldilà di quelle sulla legalità, trite e ritrite, e che annoiano gli studenti.
Procuratore, cosa vuole comunicare ai ragazzi lametini?
«Che non si può far finta di niente, sol perché riusciamo ad avere quiete apparente a tal punto da mascherare il silenzio con la virtù. Ecco perché i miei frequenti incontri con i giovani nelle scuole o nelle occasioni in cui si fanno promotori di iniziative di natura civica. È un’esperienza bellissima».
Che idea s’è fatta dei giovani lametini in questi due anni di lavoro in città?
«I giovani hanno un forte bisogno di conoscere e di capire. Per una naturale tendenza sono reattivi ad ogni forma d’ingiustizia, per questo ti incalzano con domande pertinenti ed impegnative. I ragazzi lametini dimostrano di essere capaci di vedere e non di guardare».
Cioè?
«Guardare è una forma di comprensione della realtà che si sofferma su alcuni aspetti della sua totalità. Quelli più appariscenti e meno importanti, e che soddisfa un rilfesso fisiologico. Vedere la realtà, al contrario, significa comprenderla tutta, entrarci dentro e abbracciarla».
Invece cosa accade nella realtà?
«Nel nostro ambiente il “guardare” è la prassi. Il “guardare” permea molti aspetti della nostra vita, e assume la forma del mormorio, del pettegolezzo, insomma dell’inutile chiacchiericcio».
Sta parlando dell’omertà o d’altro?
«La chiami come vuole. In concreto si è testimoni di fatti criminosi , si è consapevoli dell’esistenza di certi personaggi che ostentano un arricchimento superiore alle legittime capacità di guadagno, e si conoscono i legami esistenti tra alcune realtà locali, soprattutto di natura imprenditoriale e famiglie di mafia. Ma si preferisce non vedere, e quindi ci si tira indietro nel momento in cui lo Stato esige partecipazione per l’accertamento dei fatti e l’individuazione delle responsabilità, specie in quella zona ambigua fatta di apparente perbenismo compartecipazioni sottotraccia. Il discorso è sempre quello».
Quale?
«Si conoscono bene i mafiosi e gli amici dei mafiosi (quelli che tengono loro bordone nelle varie relazioni socio-economiche e amministrative) ed anziché emarginarli perché esseri che hanno in odio il valore e la dignità dell’uomo, si intrecciano relazioni di varia natura».
A questo punto è inutile parlare con gli adulti collusi. Si punta sui giovani?
«Perché questo loro lo sanno, e non hanno paura di pretendere per questi soggetti la giusta punizione prevista dalle leggi. Anzi, come mi è capitato di sentire, la rivendicano come un loro diritto di cittadini. I giovani osteggiano le condotte compiacenti con il loro amore per la vita. Sono portatori di valori autentici che si pongono in radicale antitesi con la cultura dell’indifferenza e dell’apatia, che rimette le proprie responsabilità nelle mani dell’arroganza e della prepotenza mafiosa, per un utile immediato ma senza prospettiva. I nuovi pedagoghi sono i nostri figli e le nostre figlie, che non si riconoscono più in questi modelli».
Sta mettendo sul banco degli imputati tante madri e tanti padri?
«Probabilmente dovremo fare un esame delle responsabilità di chi, come noi adulti, ha condotto un’educazione che non appaga più i nostri figli, perché li si possa guardare con la dignità ed il coraggio di chi lotta per realizzare la vocazione umana alla bellezza della vita, libera dalle prepotenze dei mafiosi e dalle arroganze di ogni sorta, per convergere nella formazione dell’uomo impegnato socialmente, politicamente, controtendente rispetto alla cultura del pensiero debole e della vigliaccheria. Spesso mi si risponde che il disimpegno nasce dalla sfiducia nelle istituzioni, soprattutto in quella giudiziaria. Si ha paura di rimanere soli».
Come replica?
«Può essere ed è comprensibile che accada. Ma se uniamo le forze buone, quale sia l’origine, sono sicuro che riusciremo a contrastare quella minoranza di criminali che pretende di spadroneggiare nella città, di non pagare i conti al bar o nei negozi, facendo valere la sua appartenenza mafiosa».
Qualche consiglio?
«Ogni volta che i cittadini si sono organizzati in associazioni hanno recuperato una forza straordinaria contro la violenza mafiosa. È successo anche qui a Lamezia quando Rocco Mangiardi non ha avuto paura, in pubblica udienza, di indicare con il dito puntato il suo aguzzino ed il Tribunale di questa città, presieduto dall’ottimo presidente Pino Spadaro, ha pronunciato sentenza di condanna».
Cosa dice ai suoi colleghi magistrati?
«Che in questo campo non possiamo permetterci sconfitte».
Ed ai lametini?
«Se si continua a non vedere dovremo fare i conti con la nostra coscienza, unico tribunale che davvero dobbiamo temere. Perché un giorno i figli ci chiederanno conto e guardandosi allo specchio diranno: qualcuno prima di me ha fallito ed oggi “io pago”».
di Vinicio Leonetti
2 commenti
ROBERTO SCANNAPIECO 11 aprile 2011 alle 17:07
I giovani sono come spugne e tendono ad assorbire ed apprendere tutto quello che c’è da apprendere in questa società: il bene ed il male. La speranza è che nell’apprendere cosa c’è di bene e di male nella nostra società imparino anche a discernere e quindi scegliere la strada giusta e sbarrare la strada all’altra parte della società. Prima però occorre ripristinare ai vertici delle istituzioni, ed in specie ai vertici della politica e della pubblica amministrazione, persone meritevoli e virtuose che possano essere di esempio per i giovani bonificando le zone paludose fatte di inciuci, corruzione, collusione, tangenti, clientelismo, mafia. Occorre che i giovani imparino a vedere oltre le immagini di quella società a loro offerta dai media per apprendere tutti i colori della vita, quei valori per cui uomini virtuosi si sono sacrificati nella speranza di una società migliore fatta di giustizia, solidarità, amore per la verità e per la conoscenza. Una società che valorizza l’uomo in quanto tale e non in base a quanto denaro e potere può esercitare con ogni mezzo, più o meno lecito. La nostra libertà è nei limiti di quanta ne consentiamo agli altri e ci battiamo per la libertà di tutti perché in quei ” tutti ” ci siamo anche noi e nessuno di noi sarà veramente libero se solo uno di noi potrà essere sopraffatto dal prepotente di turno senza essere difeso. Il bene più prezioso di ogni uomo è questa libertà che dobbiamo soprattutto difendere per i nostri figli se veramente li amiamo perché potrebbero essere loro un domani ad essere le vittime sacrificali della prepotenza altrui.
Giovanni Benincasa 4 aprile 2011 alle 17:21
questo tipo di approccio con i giovani dovrebbe essere attuato su tutto il territorio calabrese. Tenendo bene presente però che potere politico e potere giudiziario non devono essere due poteri contrapposti, bensì ciascuno nel suo ruolo è funzionale all’equilibrio dei poteri in una democrazia compiuta e che con il loro equilibrio il cittadino è garantito nei suoi diritti così come è chiamato ad adempiere ai suoi doveri.
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