SERRA D’AIELLO (CS) – Sono passati poco più di due anni dallo sgombero dell’Istituto Papa Giovanni XXIII, ma i ricordi di quella triste giornata sono ancora vivi nei malati che dimoravano nelle corsie della casa di cura. Il 17 marzo 2009 il pubblico ministero Eugenio Facciolla diede ordine di trasferire i pazienti in altri centri accreditati, mettendo così la parola fine all’agonia di una struttura piegata su se stessa dai debiti e dagli errori. Alla stregua di un malato terminale sottoposto ad eutanasia.
Gli scontri tra i lavoratori e le forze dell’ordine e le grida di dolore dei degenti che volevano rimanere nelle proprie stanze descrivono lo scenario di quei momenti. Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo, suscitando sensazioni contrapposte.
I dipendenti hanno abbandonato le piazze per affollare le aule dei tribunali. Ed il Papa Giovanni resta sempre lì: nella calma assoluta di Serra d’Aiello, ad attendere il proprio destino.
I vetri rotti del plesso principale, con la brezza spezzata dagli alberi, danno all’intero presidio una verosimiglianza di vita: quasi come se qualcuno potesse affacciarsi alla finestra da un momento all’altro. Ma è solo l’illusione di un attimo. In questo paesino arroccato sulle colline a due passi dal mare tutti sanno che la casa di cura fondata da don Giulio Sesti Osseo resterà inabitata ancora per molto tempo.
I creditori vogliono essere pagati. Tra loro ci sono anche quei dipendenti che hanno avvallato lo sfratto degli ultimi dieci pazienti ospitati nella vicina Villa Rosa, dimenticando, evidentemente, lo spirito cristiano della casa di cura. L’unico “presenza” nell’Ipg è il degrado. Gli esterni dei diversi plessi, pur senza la dovuta manutenzione, riescono a reggere al fluire del tempo.
Ma all’interno il paesaggio diventa apocalittico. I segni di quel 17 marzo sono tutt’ora visibili: le stanze dei degenti sono state messe a soqquadro, gettati per terra alla rinfusa i pochi oggetti personali che i malati avevano accumulato nel corso di una vita. Alcuni di loro sono stati qui per oltre trent’anni ed in molti casi si sono comprati anche i mobili.
Nei corridoi, tra gli escrementi e le carcasse degli animali che emanano odori nauseabondi, si trovano ancora le suppellettili utilizzate dai medici e dai paramedici: i registri personali dei ricoverati, i medicinali, le siringhe, le flebo, le uniformi e le calzature degli infermieri e anche la macchina per fare il caffè.
Tutto è cristallizzato. Immobilizzato nel tempo, alla mercé dei vandali e dei ladri che hanno cominciato a portare via tutto ciò che può essere riutilizzato. Se le cose restano in questo modo il pericolo più concreto è per i bambini che possono accedere alla struttura in qualunque momento, mettendo a rischio la propria incolumità.
Nel cortile il cancelletto che delimita il pezzetto di terra scelto da don Giulio per accogliere i propri resti mortali cigola seguendo il vento. Neanche quest’ultimo suo desiderio è stato esaudito.
Ma le incongruenze del Papa Giovanni non finiscono qui. Nel vecchio stabile che ha ospitato i malati di mente nei primi anni di attività erano stati avviati i lavori di ristrutturazione. Intorno all’inizio del nuovo millennio vennero completati gli ultimi piani della struttura, ma un incendio ha bloccato tutto, dando forma e sostanza all’ennesimo spreco di denaro.
Le vertenze giudiziarie faranno il loro corso, ma i mille interrogativi sul perché si è giunti a questo punto resteranno senza risposta. La piccola Fiat, così era chiamato l’Ipg, non esiste più e probabilmente si vuole affossare anche la sua memoria.
Di recente si è detto che l’istituto è stato candidato ad accogliere gli immigrati del Nord Africa in fiamme. La notizia, al momento, non ha trovato alcuna evoluzione: ma è in questa struttura, in cui regna solo il degrado, che si vuol dare una mano a chi è in difficoltà.
di Ernesto Pastore
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