CATANZARO – Sono 140, tutti accusati di danno erariale. I nomi nell’informativa trasmessa dalla Guardia di Finanza di Catanzaro alla Corte dei Conti sono di quelli che “contano”, in città e in provincia. Si tratta infatti di 115 medici e 25 amministratori dell’Azienda sanitaria provinciale, tra cui 5 direttori generali pro tempore e 3 commissari straordinari; coinvolto, nelle vesti di medico, anche l’attuale commissario straordinario dell’Azienda sanitaria, Gerardo Mancuso.
Il danno erariale complessivamente ipotizzato dai finanzieri del Gruppo tutela spesa pubblica del Nucleo di Polizia tributaria, diretto dal colonnello Fabio Canziani, supera i 12 milioni di euro.
L’operazione, denominata “Alpi catanzaresi”, è stata avviata al fine di verificare se, nel periodo compreso tra il primo gennaio 2004 e il 31 dicembre 2009, siano state poste in essere da parte dell’Asp del capoluogo calabrese eventuali irregolarità nella gestione dell’attività libero professionale intramuraria (Alpi) esercitata dai medici dipendenti.
«Tale attività ” spiega la GdF in un comunicato stampa ” può essere svolta dal personale dipendente della dirigenza medica, veterinaria e del ruolo sanitario delle Aziende del servizio sanitario nazionale (in favore o su libera scelta dell’assistito e con oneri a carico del medesimo) che abbia preventivamente optato, nonchè ottenuto la relativa autorizzazione dall’Azienda di appartenenza, per il rapporto di lavoro esclusivo con quest’ultima».
Chi opta per il rapporto di lavoro esclusivo ha diritto a un trattamento economico superiore (incentivi e indennità) rispetto a quello previsto per i non esclusivisti ma, a differenza di questi ultimi, «può svolgere solo occasionalmente e previa autorizzazione rilasciata di volta in volta dall’Azienda di appartenenza, attività di lavoro autonomo».
Dagli accertamenti della Finanza, sarebbe emerso un quadro d’assieme di «diffusa irregolarità favorito dall’assenza pressochè totale di ogni forma di un adeguato controllo sul sistema dell’Alpi», in quanto alcuni strumenti di verifica previsti per legge (tra i quali l’ufficio Alpi, principale organo di controllo), «sebbene tassativamente imposti, non sono stati, per molto tempo, neanche istituiti».
Altre misure di verifica (come la commissione paritetica, finalizzata a monitorare i volumi prestazionali), invece, «pur essendo state create sulla carta, sono risultate essere, di fatto, assolutamente inefficienti ed inefficaci a contrastare le devianze».
In tale contesto, tra le molteplici illegittimità accertate dai finanzieri, spicca, in primis, la mancata istituzione del Cup (centro unico di prenotazione) per l’attività intramuraria. Questo, secondo le contestazioni delle Fiamme Gialle, avrebbe permesso agli stessi sanitari di gestire «in maniera illegittima, ovvero in prima persona ed autonomamente, attività come quelle di prenotazione e riscossione delle tariffe che invece, per legge, avrebbero dovuto essere esercitate direttamente dall’Azienda di appartenenza».
«In sostanza ” si fa rilevare nella nota della Finanza ” a incassare i proventi non è stata l’Asp, che avrebbe dovuto effettuare le trattenute di legge, ma direttamente chi ha erogato le prestazioni, le quali non sempre venivano correttamente contabilizzate e girate all’amministrazione di appartenenza».
Un secondo aspetto ritenuto irregolare riguarda la presunta inosservanza dell’obbligo di istituire una contabilità separata per l’Alpi, «che ha comportato l’impossibilità di assicurare l’equilibrio tra costi e ricavi». A tal proposito, sarebbe stato accertato che «i costi sostenuti per la gestione dell’Alpi sono stati, contrariamente a quanto imposto dalla legge, notevolmente superiori rispetto ai ricavi, determinando un corposo disavanzo», ricostruito dai militari pur in assenza di adeguata documentazione contabile.
Un terzo profilo di illegittimità constatato dalle Fiamme Gialle è diretta conseguenza dell’assenza di idonei controlli da parte degli organismi sugli orari e sui luoghi previsti per svolgere l’Alpi, nonchè sul rispetto della disciplina delle incompatibilità delle prestazioni. Ciò avrebbe consentito a 115 medici di «esercitare, benchè privi delle previste autorizzazioni, sia la libera professione intramuraria, che l’attività libero-professionale autonoma, così percependo indebitamente svariate indennità premiali connesse alla cartolare esclusività del rapporto di lavoro».
Dalle indagini sarebbe anche emerso che alcuni medici, «disattendendo le normative vigenti in materia, pur non potendo esercitare l’attività libero professionale intramuraria all’interno di strutture sanitarie private accreditate, l’hanno di fatto esercitata».
La posizione delle persone coinvolte è adesso al vaglio del procuratore regionale della Corte dei Conti per la Calabria, Cristina Astraldi. Ai medici si contesta la “fetta” di presunto danno erariale più rilevante, pari a oltre 11 milioni, mentre mentre la parte restante (circa 423mila euro) sarebbe da imputare agli amministratori pro-tempore ed ai componenti dell’organismo di controllo che si sono succeduti nel tempo.
di Giuseppe Lo Re
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