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Gratteri: «Tutto il potere agli enti locali? Regalo ai boss»

«Consegneremo il Sud alle mafie se decentriamo il potere agli enti locali. Le organizzazioni criminali avranno maggiore potere di controllo e quindi anche d’incidere sulle scelte politiche». Conciso, concreto, e perché no, lapidario. Nicola Gratteri, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, non fa mai grandi giri di parole, e dalle colonne del dodicesimo numero del trimestrale “Itaca” (edito da Amici della casa della cultura “L. Repaci”) boccia nuovamente la misura federalista tanto cara al Carroccio di Umberto Bossi.

Anche perché, «in provincia di Reggio Calabria – dice il sostituto procuratore – per mille arrestati, c’è pronto il ricambio, dopo una settimana, con altri diecimila». Come dire, il serbatoio della ’ndrangheta è sempre pieno. E a poco servono alcune misure attraverso cui lo Stato vorrebbe manifestare la propria presenza. Una fra tutte, il regime del 41 bis, che il magistrato di Gerace non predilige in assoluto.

«Io voglio che i detenuti godano di buona salute, altrimenti qualcuno concede i domiciliari e poi scompaiono. Chi è stato battezzato nella ‘ndrangheta, crede come ad una religione. L’esperienza giudiziaria dimostra che non c’è un ravvedimento». Insomma Nicola Gratteri sforna anche una ricetta tanto semplice da sembrare banale: «Innalzare le pene, in modo che sia chiaro che non è conveniente delinquere e far lavorare i detenuti in carcere per pagarsi il cibo e il pernottamento».

D’altra parte, le idee di Gratteri – mai tenero neanche con i suoi pari («Sembra che il nostro autogoverno a volte preferisca gli atteggiamenti di tipo corporativo») – sugli ultimi tentativi di riforma della giustizia sono noti. Li ripete nel corso di questa intervista, sottolineando ad esempio che il processo breve altro non è che una «denegata giustizia alle parti offese», mostrando di preferire di gran lunga l’informatizzazione del processo penale.

Con riguardo ai tempi di notifica di fine indagine ad avvocati ed imputati per il sostituto procuratore reggino basterebbe una modifica del codice di procedura penale per far sì che la notifica venga recapitata con la posta elettronica certificata e l’ordinanza di custodia racchiusa in un cd: «Si risolverebbe in dieci minuti, ciò che oggi richiede, talvolta anche mesi».

Ma siccome «il successo nella lotta alla mafia non si misura con il numero di latitanti arrestati, ma con il grado di vivibilità assicurato ai cittadini», Gratteri mette in primo piano anche il ruolo della Chiesa che, dice, «può fare di più e potrebbe essere più presente». L’esempio è quello del vescovo Morosini che opera ormai da qualche tempo nella locride.

«Scomunicare i mafiosi sarebbe un atto di grande valore simbolico. Dichiarare che con il loro agire criminale, i mafiosi si pongono fuori dalla Chiesa è molto, ma non basta. Alla censura deve seguire la sanzione».

Tuttavia, la giustizia deve anche apparire più credibile. «Prendiamo il caso dell’usura. Le misure di repressione evidentemente non sono efficaci se l’estorto valuta che sia meglio pagare, anziché denunciare. Ma se l’usuraio – è il ragionamento di Gratteri – anziché a due anni di carcere fosse condannato a 15, allora la valutazione sarebbe che è conveniente denunciare».

L’altro tema scottante, è quello delle intercettazioni. Per Gratteri «sono insostituibili».

E quando il cronista fa notare la continua violazione del segreto istruttorio, il magistrato risponde serafico: «Basterebbe imporre l’introduzione della password nominativa per ciascun file di registrazione per individuare chi è venuto meno al dovere di segretezza».

di Claudio Labate

da web.calabriaora.it

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