REGGIO CALABRIA – Mafie e agricoltura. Un legame con radici antiche. Un legame di natura storico culturale a cui si fa risalire la nascita stessa del fenomeno mafioso, per larga parte venuto alla luce proprio nelle campagne. Per questo motivo da sempre tra le altre cause di ritardato sviluppo, l’agricoltura meridionale sconta anche quello delle infiltrazioni di stampo mafioso. E tale fenomeno oggi interessa l’intero territorio nazionale, attesa la capacità di Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta, presenti ormai in forma di impresa, di espandersi verso il Nord, seguendo le direttrici del trasporto e del commercio dei prodotti agricoli.
Alle infiltrazioni mafiose nel settore dell’agricoltura il procuratore nazionale Piero Grasso ha dedicato un capitolo della sua relazione sullo stato della criminalità organizzata nel paese. Il capo della Dna si è occupato soprattutto delle strategie di controllo dei mercati relativi alla distribuzione del prodotto agricolo.
Un settore oggetto di una nuova analisi, tenendo in considerazione le attività investigative sviluppate nel corso del 2010. Il riferimento riguarda, in particolare, un’inchiesta della della Direzione distrettuale di Napoli che ha portato, il 10 maggio dello scorso anno, all’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 68 indagati, esponenti di organizzazioni criminali camorriste e anche di Cosa nostra siciliana, con particolare riferimento all’area trapanese, nissena e catanese.
Le indagini poste a fondamento di tale procedimento, sviluppate su scala nazionale dalla Dia, hanno fatto emergere un quadro nel quale i gruppi criminali sono in grado di gestire tutte le attività relative alla produzione e allo smercio dei prodotti agricoli lungo tutta la filiera che va dalla produzione al trasporto e alla distribuzione.
«In buona sostanza – scrive Grasso – il procedimento in questione consente di comprendere come le organizzazioni mafiose siano in grado di controllare una filiera che va dall’accaparramento dei terreni agricoli, all’intermediazione all’ingrosso dei prodotti, dal trasporto allo stoccaggio fino all’acquisto e all’investimento in centri commerciali».
Tutti i passaggi, utili in modo più o meno consistente alla creazione del valore, vengono presidiati dalla criminalità organizzata: «Il controllo ingloba – continua Grasso – ditte di autotrasporto, società di intermediazione commerciale dei prodotti agricoli, quote di consorzi che operano nei mercati all’ingrosso, officine autorizzate alla vendita e riparazione dei macchinari agricoli (e in tal senso si deve ricordare l’interessamento della famiglia Riina, nella persona di Salvo Riina, alla gestione di questo settore attraverso la società Agrimar che è stata sequestrata e confiscata), perfino le falegnamerie dove si costruiscono le cassette utilizzate per il trasporto dei prodotti ortofrutticoli».
In Calabria la ‘ndrangheta usa le stesse metodologie. Il controllo delle cosche si estende anche alla fase della raccolta dei prodotti della terra, nelle aree di maggiore produzione come la Piana di Gioia Tauro, realizzando lo squallido fenomeno del “caporalato” nel vasto mondo del lavoro nero, con parassiti che succhiano parte dei miseri guadagni a poveri diavoli, soprattutto nordafricani, costretti a condizioni lavorative disumane in cambio di paghe da fame.
«È del tutto evidente – riflette Piero Grasso – che la presenza mafiosa strozza il mercato, distrugge la concorrenza ed instaura un monopolio oppure un oligopolio basato sulla paura e sulla coercizione. Esempio da manuale del sistema è dato proprio dall’indagine che ha posto al suo centro una la “Paganese trasporti” con sede a Fondi presso il locale importante mercato agricolo.
Il proprietario, Costantino Pagano, dal 2000 ha rapidamente guadagnato una posizione di assoluto dominio che lo ha portato a collegarsi con esponenti della mafia siciliana quali i catanesi Ercolano e gli Sfraga di Trapani, legati a Salvatore Riina, riuscendo a garantirsi una vasta copertura in quasi tutto il sud Italia. In Campania la stessa impresa operava in ancora più stretta intesa con il clan casalese degli Schiavone, rispetto al quale la situazione degli imprenditori che la gestivano è di totale compenetrazione associativa».
Le indagini hanno ricostruito una storia che muove i suoi primi passi, molto tempo fa, dall’occupazione mafiosa del mercato ortofrutticolo di Vittoria, in provincia di Ragusa, dove i mafiosi collocati al confino hanno cominciato, già negli anni ’60, a infiltrarsi nel tessuto economico.
La storia continua e va avanti arrivando alla accertata presenza dei Morabito di Africo, facenti capo al mammasantissima Giuseppe Morabito “Tiradritto”, nel mercato ortofrutticolo di Milano, nel quale la potente ‘ndrina del litorale jonico reggino imponeva la propria presenza a una realtà imprenditoriale di 9000 dipendenti e 400 aziende.
Forte di tali appoggi, la “Paganese trasporti” – secondo il procuratore Grasso – è stata in grado di imporre un monopolio nella gestione del trasporto e smistamento dei beni agricoli che transitavano per il mercato di Fondi e che erano diretti verso i grossisti del Nord o, al contrario, dal resto d’Europa verso il sud Italia.
La capacità di infiltrazione delle mafie in tale settore economico, peraltro, non dipende esclusivamente dalla forza delle organizzazioni criminali ma, per l’altra parte, dalla struttura delle aziende che vi operano. Le aziende, infatti, si presentano anche da questo punto di vista, in una dimensione familiare e comunque troppo piccola, che rende il mercato eccessivamente frammentato con imprese ancora eccessivamente radicato a livello locale. «E ciò – conclude Grasso – facilita di molto le infiltrazioni mafiose, atteso lo stato di isolamento in cui si trovano gli imprenditori agricoli e la loro diminuita capacità di reagire con lo strumento della denuncia alle pressioni mafiose».
di Paolo Toscano
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